Un po’ di luce sul naufragio della May

A cura di Marco Di Geronimo
Theresa May ha perso il voto parlamentare sulla Brexit. La Camera dei Comuni ha respinto l’accordo che aveva negoziato con Bruxelles. E con una maggioranza contraria così ampia da essere spaventosa: 432 No contro soli 202 Sì. Adesso si apre una delle pagine più incandescenti della storia politica britannica.

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A differenza di quanto alcuni affermano, la confusione regna più su cosa scegliere rispetto al cosa fare. È chiaro che il May Deal ormai è impraticabile: il voto della Camera lo ha archiviato. Altre quattro opzioni rimangono sul tavolo: rinegoziarne uno nuovo; uscire senza alcun accordo; rimandare la data di uscita; revocare l’articolo 50 sulla “secessione”.

Il caos non manca. Ciascuna delle carte in gioco scotta. E il tempo stringe: il Regno Unito, stando così le cose, abbandonerà l’Unione europea il prossimo 29 marzo. Meno di tre mesi per rinegoziare un accordo di fuoriuscita. Forse, se le parti fossero meno intransigenti, sarebbe anche possibile. Invece non lo sono: Bruxelles ha affrontato le discussioni col pugno di ferro, e anche la strategia di Downing Street è apparsa distruttiva e inconcludente.

Difatti ne era fuoriuscito un accordo monco, con aree grigie che hanno spaventato settori dei Tories. Terreno di coltura perfetto per il Partito laburista. La politica interna inglese ha ruotato attorno alle negoziazioni con Bruxelles per gli ultimi due anni. La strategia del Governo conservatore e il contenuto dei negoziati hanno fatto molto discutere. Non è quindi un caso che Jeremy Corbyn sia riuscito a polarizzare l’opinione pubblica britannica contro un accordo da lui considerato insufficiente.

Teniamo presente che il secondo Governo May si appoggiava sul DUP, un partito di destra nordirlandese. Che ha subito espresso il suo voto sfavorevole. L’intesa con la UE aveva il suo punto più critico proprio nella definizione del futuro dell’Ulster. Bruxelles ha cercato a tutti i costi di impedire la nascita di una frontiera rigida tra le due Irlande: condizione che è stata mal negoziata e ha scontentato il junior partner dell’esecutivo britannico.
Con la maggioranza in fumo e un’intesa discutibile, ampi settori del Partito conservatore hanno trasformato la loro indigestione per la linea dell’hard Brexit in aperto dissenso. Tutti coloro che avrebbero preferito una soft Brexit (quindi un accordo meglio negoziato e molto più morbido nell’affrontare la transizione e i rapporti col Continente) hanno da tempo annunciato che avrebbero votato contro.

Il fossato interno deve essersi acuito ancora di più nelle ultime ore. La May deve incassare una sconfitta memorabile: 232 voti di scarto, addirittura superiori perfino ai voti da lei raccolti. La linea del suo Gabinetto non cambia: «o noi o il caos» recitava da mesi l’inquilina di Downing Street. Se non le succederà un Governo più disponibile, ciò significa «no deal». Un’uscita al buio, drastica, alla quale verosimilmente nemmeno l’Unione europea è preparata.
I tribunali britannici hanno viceversa stabilito che il Parlamento ha diritto a revocare l’articolo 50. Cioè di stoppare la procedura d’uscita dalla UE. Giocarsi questa carta significherebbe riaprire tutta la partita. Difficile che Westminster si spinga a una deliberazione del genere, se non in risposta a un «no» di Bruxelles alla proroga del termine d’uscita. Perché è vero che la data del 29 marzo l’hanno scelta gli inglesi, ma nei trattati europei c’è scritto «due anni dalla nota».
Pervenuta nel 2017.

Uscir fuori da questo casino sarà estremamente difficile. Anche perché questa maggioranza politica è uscita del tutto delegittimata da questo voto parlamentare. Difficile immaginare nuove formule di governo a breve termine: va esclusa anche una grande coalizione d’emergenza per affrontare le prossime settimane in unità. Jeremy Corbyn vuole passare subito dall’incasso e ha già chiesto di andare a elezioni anticipate.

E il secondo referendum di cui tanto si parla? Ogni tanto qualcuno lo invoca. In particolare nel Regno Unito si sussurrava di sottoporre l’accordo d’uscita al voto popolare. Adesso è chiaro che questa particolare ipotesi è venuta meno. Di certo è difficile pensare che possa tenersi un secondo voto prima di fine marzo. Anche perché bisognerebbe mettere in conto il rischio di aver congelato le strategie politiche per doversi confrontare con un nuovo Leave. (Prospettiva improbabile ma non impossibile). Di certo manca adesso una linea politica al Paese e sarà difficile trovarne una nuova.

La soluzione migliore sarebbe negoziare una proroga. Magari di un anno. Ma la partita è ancora lunga e ben al di là da essere chiusa. Perché il numero 10 di Downing Street potrebbe credere di avere un asso nella manica. Perseverare sulla strada della hard Brexit e riproporre l’accordo ai Comuni pochi giorni prima del 29 marzo. Insomma: ricattare Westminster per costringerlo ad approvare l’intesa. Sotto minaccia di un’uscita al buio. Ma questa quinta carta è davvero un asso, o soltanto un due di picche? Ce lo dirà la storia.

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