Meno Social e più Socialità: come l’architettura delle residenze collettive può diventare il mantra del futuro.

A cura di Alice Corbo

In un mondo in cui la parola «sharing» (car-sharing, bike-sharing, food-sharing, book-sharing etc.) è di tendenza almeno quanto non lo sia – paradossalmente – il più sfacciato individualismo, l’ipocrisia delle parole lascia spazio alla concretezza dei fatti quando si tratta di co-housing.

È fuor di dubbio che, abituati ormai a prostrarci con reverenza nel tempio della divina Globalizzazione, il termine co-housing stimoli più interesse rispetto a co-abitare, ma la verità è che l’effettiva traduzione italiana non esiste. Infatti, co-abitare è sinonimo di con-vivere – dall’immediata etimologia latina cum e vivĕre, dunque vivere insieme – inteso come condivisione dello stesso tetto: con il rispettivo partner oppure con l’ingrato coinquilino ai tempi dell’università.

Il co-housing non ha nulla a che fare con una forzata e mal sopportata convivenza dettata da necessità economiche che ci costringono a prendere una stanza in affitto piuttosto che una casa tutta per noi, ma è una scelta.

Come riportato dalla Treccani: Per chiarire il concetto ci vogliono quattro parole: abitazioni private, servizi condivisi. Non è una comune stile figli dei fiori e neanche un condominio anonimo e spersonalizzante, ma un luogo (fisico e dell’anima) a mezza via tra l’una e l’altro. (Andrea Laffranchi, Corriere della sera, 15 ottobre 2006, p. 6, Primo piano).

Il concetto di residenza collettiva è relativamente giovane: nasce negli anni Sessanta in Danimarca, e ad oggi è uno stile di vita adottato da numerosissimi cittadini nord-europei (più di 600 comunità danesi); in Italia, invece, oltre ad essere una pratica poco seguita, è anche poco conosciuta.

Nel 1964, l’architetto Jan Gødmand Høyer avvia la comunità di Skråplanet, la prima riconosciuta nella storia del co-housing. Da lì, a macchia di leopardo, sorgeranno svariati progetti di natura simile, improntati alla sostenibilità, che è la vera ruota motrice dell’intera faccenda: mutualità di spazi quali cucine, lavanderie, laboratori, realizzazione di gruppi d’acquisto solidale, condivisione di auto, mezzi e attrezzi in generale, al fine di ridurre il dispendio energetico e l’impatto ambientale, nonché di agevolare aspetti pratici della vita quotidiana, a mo’ di banca del tempo. La cooperazione è imprescindibile già in fase progettuale: i soci (spesso sceltisi vicendevolmente per compatibilità caratteriale/esigenziale/di età anagrafica) avanzano insieme una proposta di progetto, avvalendosi poi singolarmente della libertà di pianificazione distributiva/dimensionale del proprio alloggio.

Paese che vai, usanza che trovi, ecco perché il social-housing ha assunto sembianze peculiari a seconda della cultura del posto: il modello danese “originario”, per esempio, prevede l’aggregazione di una sorta di villaggio, quindi un agglomerato di dimore private, con gli spazi comuni a fungere da anelli di congiunzione. Gli svedesi, invece – che collaudano il vivere sociale con il primario intento di affrancare la donna dalla mole del lavoro domestico – preferiscono la compattezza, e quindi oppongono al modello “frammentato” danese, il blocco unico, in apparenza facilmente confondibile con un qualsiasi condominio, ma che ritaglia al suo interno tutti quei connotati spaziali e sociali che lo rendono, invece, una residenza collettiva.

Collettività non può scindersi da collaborazione; non c’è comunità che tenga senza un partecipato proposito dei membri di costituirsi come una famiglia. Non a caso, lo stile di vita in questione è proprio di quei luoghi ove si è disgregata l’idea tradizionale di nucleo familiare, Paesi più avanzati in cui l’individuo dapprima è stato fagocitato dalla sua stessa individualità, per poi riscoprire il bisogno ancestrale da parte dell’animale sociale che è dentro di lui di ricongiungersi spiritualmente coi suoi simili, consapevole però di voler scegliere arbitrariamente i suoi legami, emancipandosi da quelli di sangue.

Sotto il profilo architettonico, il germe del co-housing si può riscontrare nel modello dell’Unité d’ Habitation di Marsiglia Cité Radieuse, progetto dell’architetto svizzero Le Corbusier, anno 1947.

L’ Unité d’ Habitation rappresenta l’apoteosi del Movimento Moderno del secolo scorso, e al tempo stesso è l’emblema del nuovo fare architettonico, in ossequio ai principi di velocità e meccanizzazione che si avviavano, allora, a schiavizzare l’umanità; la ragione che lega quanto asserito finora con la nozione di co-housing è il riferimento a cui l’opera di Le Corbu s’ispira: la nave. Una nave è una città in movimento, un complesso architettonico galleggiante, un’isola artificiale, un organismo autonomo fondato sull’ existenzminimum che garantisce il compromesso fra spazio pubblico e spazio privato.

Calandoci verso il Mediterraneo, attraversando le Viviendas catalane, approdiamo nella nostra penisola ancora intrisa di un retaggio di mos maiorum in merito al tema della famiglia e dell’affrancamento da essa. Numeri significativi spiegano come, in Italia, i giovani “mammoni” siano sopra la media europea. Senza addentrarci in sconfinate elucubrazioni circa la mala politica e/o la crisi economica che, inevitabilmente, influiscono su questi dati, possiamo analizzare le nuove sperimentazioni che, certo non in pompa magna, si ravvisano nell’amato Belpaese.

Il co-housing è stato interpretato nell’ambiente milanese come un’occasione da intendere alla maniera radical-chic tipica della suddetta città, ed è così che le residenze collettive di lusso sono comparse nel mercato immobiliare della Capitale della Moda.

Spesso e volentieri (fortunatamente), il co-housing propone il recupero di ruderi ed edifici abbandonati, agendo in nome di una riqualificazione urbana che urge un po’ ovunque lungo lo stivale, ed è quello che è accaduto per esempio a Torino con Numerozero, nel quartiere di Portapalazzo.

Altro esempio lodevole, sia dal punto di vista architettonico che per la portata sociale dell’intervento, è sicuramente il nuovo co-housing di Empoli, che mira a rigenerare il centro storico e i suoi palazzi dismessi, facendo leva su uno scambio intergenerazionale e interculturale promosso dalla sindaca Brenda Barnini che (forse sul modello Riace di Mimmo Lucano?) vuole avvicinare tra loro la comunità degli anziani e quella degli immigrati.

E al Sud?

Pregevole è l’attività del co-living Casa Netural a Matera, un format giovane e destinato ai giovani, tant’è che prevede anche un co-working al suo interno. Ma non è tutto: la fondazione Con il Sud sta lavorando ad un’iniziativa di housing sociale orientata a diffondere questo stile di vita, individuato come risolutore di molti problemi economici, ambientali, ma anche, in un certo senso, umanitari: basti pensare all’ingente numero di stranieri che bisogna aiutare ad integrare, o ai tanti pensionati affetti da solitudine, o anche ai genitori che lavorano full-time con dei bambini da accudire.

Durante una visita al Co-housing San Giorgio di Ferrara (premiato con il Green Building Solution Awards per il rispetto dei canoni della bio-edilizia), la gentile signora che ci accoglie ci spiega come, in realtà, la loro residenza collettiva costituita dal ristretto numero di sole sette famiglie, nasca non tanto nel quadro di astratti e utopistici valori riconducibili alla Repubblica di Platone, quanto in virtù della volontà di rievocare il modus vivendi, ormai perduto, dei nostri nonni, che coltivavano le dinamiche del vicinato: il piacere di incontrarsi nello spiazzo comune, di chiacchierare davanti a una tazzina di caffè, di chiedere in prestito della farina per preparare un dolce e poi condividerlo con la famiglia della porta accanto. Sono ormai lontani i tempi delle cosiddette case di ringhiera e delle sedie messe sull’uscio della propria abitazione, perché nel Ventunesimo secolo fermarsi un attimo e infrangere il muro dell’anonimato col proprio vicino è una prerogativa che interessa a pochi, e un lusso che il tramtram della società liquida non permette a nessuno.

Che possa, il co-housing, porre un freno all’alienazione targata 2.0, e ci liberi dal male della superficialità, amen.

Qui di seguito proponiamo due estratti delle tavole d’esame di un corso di progettazione del secondo anno della facoltà di Architettura di Ferrara A.A. 2017-18.
Il tema di progetto era un co-housing per anziani in centro storico a Bologna.

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