Tra dialetto e poesia (Parte I)

A cura di Valeria Iannuzzi

La situazione linguistica italiana è molto varia. L’italiano che tutti conosciamo in realtà non è altro che uno dei tanti dialetti della nostra penisola, il fiorentino, che, a causa soprattutto di una forte tradizione letteraria che nasce nel Trecento, è stato scelto come lingua nazionale. Oltre al fiorentino, però, esistevano e persistono tuttora tantissimi altri dialetti. Un caso eclatante è rappresentato dalla Basilicata, la mia Regione, che conta circa centocinquanta dialetti. 


È cosa ovvia che conoscere l’italiano sia necessario, ognuno di noi deve essere in grado di applicare le sue regole tanto nelle forme sia scritte che orali, ma forse è meno ovvio – e l’ho percepito in prima persona – il fatto che conoscere il proprio dialetto non significhi “danneggiare” la competenza della lingua italiana o esprimersi in forme sgrammaticate ed ibride, come spesso si pensa. Questo accade solo se non si conosce bene l’italiano senza cercare altre cause. Impariamo l’italiano a casa e nelle scuole e viviamo il dialetto nelle situazioni, anche familiari, e in contesti più quotidiani e “non ufficiali”. Se capissimo che le parlate locali non sono “non cultura”, ma appunto cultura locale, espressioni degli aspetti soprattutto sociali e storici del nostro paese e della nostra città, potremmo facilmente giungere ad una chiara conclusione: il dialetto è un arricchimento, è un patrimonio culturale non è dunque una svalorizzazione dell’italiano, bensì un completamento della nostra cultura. In questo processo di consapevolezza riguardo il dialetto la scuola dovrebbe assumere un ruolo importante, insegnando la necessità di conoscere bene entrambe le lingue, nazionale e locale, la prima per le situazioni formali e per la comunicazione esterna alla nostra comunità cittadina, la seconda per la comunicazione all’interno della nostra comunità.
Nella letteratura poetica, le produzioni in dialetto sono state spesso marginalizzate, eccezion fatta per pochi casi, tra cui il filone burlesco e il genere teatrale. Tuttavia, ci sono stati alcuni esempi che hanno dimostrato quanto la lingua sia un elemento sociale e non dipenda da rigide imposizioni dall’alto di norme modelli unificanti. Tra queste, per esempio, l’opposizione all’Umanesimo o al modello classicistico di Bembo, entrambe reazioni da parte di intellettuali che ben conoscevano il clima culturale dell’epoca. La critica letteraria ha poi contribuito a connotare in maniera negativa tali espressioni, almeno fino a Gianfranco Contini, che per esempio così tanto ha apprezzato l’utilizzo di termini gergali da parte di Pascoli. 
A partire dal Decadentismo, la poesia italiana ha riflettuto sulle modalità della forma linguistica in rapporto ai suoi contenuti. La poesia, soprattutto in quel momento, ha voluto inventare la propria lingua per esprimere il proprio mondo, non più pensabile come omogeneo, bensì legato alla singola anima. Parallelamente, e poi soprattutto nei decenni successivi, a quell’invenzione linguistica (che è ancora espressione letteraria e artificiosa) alcuni poeti sostituirono la loro lingua d’uso, il dialetto, che realizza, al contempo e quando il poeta vuole, quella conformità tra forma e contenuto, quell’adesione alla realtà e quell’espressione del particolare. Tra i nomi che hanno ritenuto funzionale l’uso del dialetto nella poesia, ricordiamo Tessa, Noventa, Trilussa e, forse più di tutti, Pierro. Albino Pierro ha infatti compiuto una scelta radicale. La sua poesia matura man mano un’idea, che poi esplode in una ricchissima produzione espressa nella parlata di Tursi.

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