La passione di Napoli

A cura di Mariella Rivelli

La Passione di Napoli

Passione di John Turturro è un film uscito il 22 ottobre 2010 nelle sale italiane, distribuito da Rai Cinema e presentato alla 67ª  Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. Protagonista è la città di Napoli con la sua musica e tutte le sfaccettature che la contraddistinguono.

Si tratta di un film-documentario al quale hanno partecipato non solo esponenti della musica e del cinema napoletano e italiano, tra cui Massimo Ranieri, nelle vesti di attore e cantante, accompagnato da Lina Sastri nella performance di Malafemmena, Raiz con Nun te scurdà, Fiorello e la sua ironia in Caravan Petrol, Peppe Barra e, seppure non fisicamente presente per questioni di budget, Lucio Dalla, ma anche artisti stranieri come la tunisina M’Barka Ben Taleb, che hanno regalato l’immagine di una Napoli unica, singolare, prodotto della mescolanza di culture diverse; una Napoli concreta e palpabile, quella dei vicoli, alla portata di tutti e, allo stesso tempo, non totalmente afferrabile.

La tradizione musicale a cui si inneggia è quella melodica e non la più comune neomelodica: tutte le canzoni presenti sono dei pilastri della tradizione partenopea.
Tra i vicoli, le piazze, per strada ciascuno può cantare e ballare in sintonia con gli altri, senza vergogna, ed essere apprezzato.

L’intento è quello di raccontare la città attraverso video, filmati, documenti originali della Rai, in cui sono presenti artisti come Carosone e Angela Luce. E ancora sceneggiate e canzoni famose che mettono l’accento sulla bellezza e sull’allegria di Napoli, cosa che non significa per forza “pizza, pasta e mandolino”, ma varietà. Si cerca di non fare pubblicità soltanto ai problemi e alla “monnezza”, che pure rappresentano l’altra faccia partenopea:  il tema della malavita, infatti, viene solo accennato attraverso l’intervista al capo dei capi della camorra Raffaele Cutolo, protagonista della canzone Don Raffae’ del 1990 di Fabrizio De Andrè.

Tra i finanziatori del film ci sono la Regione Campania, RaiCinema, Cinecittà Luce e la Madelaine di Carlo Macchitella.
Passione è un film nato contro il degrado e presentato di proposito in anteprima al Trianon di San Lorenzo, un quartiere lasciato a sé.

Un’ esperienza, quella del lungometraggio, su cui ci si è dovuti fare strada tra gli stereotipi che accompagnano la maggior parte dei turisti.
L’abilità dell’italo-americano Turturro, qui guida e anche semplice ballerino, amante della musica e con il sangue caldo delle origini siciliane nelle vene, è stata quella di lasciar parlare quasi esclusivamente la musica, l’unica in grado di raccontare al pubblico storie di amore, sesso, gelosia, guerra, immigrazione.
John ha voluto, quindi, dare spazio a ciò che caratterizza la città, quindi alla gente, che da sempre sente il bisogno di cantare; Napoli è musica che diventa anche preghiera, soprattutto per chi vive nelle zone più povere.
Il tutto viene filtrato da uno sguardo innamorato.


Si apre allora una finestra sulla città preceduta dall’immagine maestosa del Vesuvio, la montagna di fuoco che tutto sovrasta , “montagna di sciagure”, come canta la seconda canzone del film, che si chiama proprio Vesuvio; “montagna  fatta di lava di cento lingue” che ha in mano la vita del napoletano.
Lo sguardo, dal basso, si insinua nei vicoli più stretti, mostrando una donna del centro storico vestita di giallo, come il sole,  perché parliamo della città del sole.
Canta. Balla. Un grido: Forza Napoli!

A Napoli è stata prodotta nei secoli tanta musica: James Brown parlerebbe di“fulcro della canzone”, in grado di modulare tutta la gamma dei sentimenti umani. Queste canzoni sono intrise di contraddizioni, che spesso vengono meno una volta trasferite all’estero, divenendo semplici ballate sentimentali e nostalgiche. E anche in questo c’è il paradosso, elemento chiave del carattere napoletano, spiegato da Turturro con una metafora: oggi amo te, ma, se non dovessi trovarti, potrei amare tua sorella.

Napoli, città bella, ma non facile da capire; ci vogliono costanza e pazienza per non vedere solo precarietà sociale e imbrogli. Napoli, prima di essere caos è, infatti, armonia, un’armonia data dalla musica, dalla lingua e anche dalla gestualità.
Tutto parla e parte dalla gente. Come spiegano i fratelli Esposito, era il popolo dal Duecento a scegliersi le canzoni. Per rendere più palpabile il concetto, entra in scena lo chef Don Alfonso, che canta e sorride ricordando le note cantate dalla madre mentre lavava i panni con il pancione.

Naturalmente non poteva mancare ‘O sole mio e le tre versioni di Sergio Bruni, Massimo Ranieri e M’Barka Ben Taleb.

E ancora Comme facette mammeta, brano presente anche nel trailer ufficiale del film, eseguito da Pietra Montecorvino con arrangiamento musicale di Eugenio Bennato e girato nel palazzo dello Spagnolo, sulle cui scale si affacciano ragazze danzanti.  Era de maggio, interpretata dalla Piccola Orchestra Avion Travel e Maruzzella, rappresentata in modo molto sensuale, seguite da Malafemmena, scritta da Totò a sua moglie Diana, che, stanca delle continue infedeltà del marito, lo lasciò sposandosi con un avvocato.
Massimo Ranieri nelle vesti del principe della risata: così Turturro decide di usare l’espediente della sceneggiata, nato perché i cantanti all’inizio erano tassati il 3 % in più degli attori. La via d’ uscita per ovviare al problema fu rendere i cantanti attori: una tattica decisamente napoletana, come commenta il regista.

“Mi definisco cittadino del mondo, è come se appartenessi a nessun posto. Appartenere  a questo posto significa appartenere a un tutto, perché è il risultato di diverse influenze” dice il cantante Raiz.

Arabi, normanni, francesi, spagnoli e americani, tutti hanno invaso Napoli e proprio per questi ultimi è nata una canzone come Tammurriata nera, che racconta con ironia un fatto tragico. “Niro” era l’appellativo che i ragazzini utilizzavano riferendosi ai loro coetanei scuri di pelle nati durante l’occupazione: queste sono le parole del cantante e sassofonista James Senes che si lascia trasportare dal vento dei ricordi. A questi bambini venivano dati poi dai genitori nomi napoletani tradizionali.

L’allegria funge, quindi, da maschera e cela rabbia e angoscia; con la canzone si vuole esorcizzare la guerra.  A Napoli tra superstizioni e riti tutto è carico di magia; addirittura
Enzo Avitabile decide di regalarci delle chicche sul santo patrono della città, San Gennaro, che è chiamato confidenzialmente dal popolo napoletano “faccia gialla”, perché la statua di bronzo nei secoli si è ingiallita. A lui non si chiede, ma da lui quasi si pretende il miracolo della liquefazione del sangue, unica garanzia contro le calamità che nei secoli, quando non si è verificato, hanno colpito la sua gente.
Al rito religioso si affianca poi il rituale pagano del Trecento dei bottari, nato con la raccolta della canapa: infatti, si percuotevano botti, tini e falci per scacciare gli spiriti maligni e augurare un periodo di fertilità.

Turturro fa un excursus completo sulla musica, non tralasciando nessun aspetto, passando dal gusto più popolare a quello più raffinato, cercando e trovando anche l’ago nel pagliaio, vagliando tutte le fonti per poter spiegare in modo dettagliato al mondo la poesia di Napoli.

Non a caso nel film trova spazio anche il poeta Salvatore Palomba, che, partendo dalla canzone Catarì,  spiega come questo nome attraversi tutta la canzone napoletana. Catarì  viene paragonata al mese di marzo, che fa il bello e il cattivo tempo con l’innamorato, paragonato, invece, a un uccellino.

Il regista ama cogliere le sfumature, attraversando sette secoli e più, dal canto delle lavandaie del Vomero del Duecento, le cosiddette villanelle, canti bucolici a tema amoroso, fino a Nun te scurdà del 1995.

Si parla di Renato Carosone, cantante, paroliere e musicatore, un innovatore che oggi chiameremmo “rapper”: fu proprio lui a dare un valore aggiunto alla musica napoletana, dandole un ritmo ballabile.

E ancora Fernando De Lucia, l’ultimo grande della musica napoletana di fine Ottocento, quando ancora non esisteva il disco, del quale, tuttavia, ci rimane forse poco e niente.

Passione, il cui titolo riprende una poetica canzone del repertorio classico.

Passione, ciò che ha guidato Turturro per tutto il viaggio in questa città dell’Italia del Sud, “il juke-box più grande del mondo”, senza tempo.

Il patetico, il comico e il melodrammatico si fondono e suscitano un effetto straniante, che riesce a spiazzare e allo stesso tempo a travolgere lo spettatore.

Vengono toccate tutte le corde della vita, per questo il film non si configura come semplice lungometraggio sulla musica, ma su un mondo, su un modo di vivere e di guardarsi attorno. La napoletanità in generale riesce a stregare, perché ha qualcosa di diverso che mai potrà essere imitato in altre parti del pianeta; Napoli sarà sempre Napoli e nessun posto sarà mai come lei così come lei non sarà come altri posti.

Tuttavia, in queste affermazioni non si può non notare un velo di malinconia e di tristezza.
Se da un lato l’unicità di questa città sta nella libertà di molti di essere e fare, senza che ci sia la necessità di conformarsi a nessun canone, dall’altro lato questo non è concesso a tutti, soprattutto a chi vive nelle realtà più difficili dove l’unico modo per campare sembra essere quello offerto dalla malavita.
La Napoli baciata dal sole, naturalmente bella, dove è possibile assaggiare la vera pizza e bere un buon caffè, non riesce ancora a liberarsi della macchia della camorra, che, purtroppo, insieme alla noncuranza, rappresenta per molti il suo biglietto da visita.

Napoli in questo film vede concentrati migliaia di occhi su di sé, sui suoi mille colori, come recita la canzone Napul’è  del 1977 di Pino Daniele, che chiude il film in una struttura circolare con le immagini della gente, della città, dei bambini, dei volti sorridenti, ma capaci di raccontare tanto altro; immagini di vita che fanno dire allo stesso Turturro che  “ci sono posti in cui vai una volta sola e ti basta e poi c’è…Napoli”.

Il risultato: quindici minuti di applausi per novanta minuti di film che, in realtà, sono molti di più.

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