MA CHI SOSTIENE L’ARCHITETTURA SOSTENIBILE?

A cura di Alice Corbo

Nella mitologia greca, ad Atlante era toccato in sorte di sorreggere tutto il peso della volta celeste sulle spalle, ma per sorreggere l’architettura sostenibile non c’è nessun eroe, occorre che ci siano tutti: la sostenibilità ambientale è molto di più di semplici parametri e protocolli energetici da rispettare.

“…e infine il tetto-giardino”. Ciliegina sulla torta di innumerevoli progetti elaborati nelle facoltà e negli studi di architettura: il primo caso ha un esito più infelice, poiché il docente predisposto alla revisione in laboratorio è generalmente savio abbastanza da sapere che gli stratagemmi relativi alla sostenibilità ambientale di un edificio sono prevalentemente altri; ma nel secondo caso, invece, le parole tetto e giardino accostate echeggiano come note angeliche nei padiglioni auricolari di un cliente-tipo che, rimanendo in tema di torte, appunto, si lascia ingenuamente intortare dalla presunta abilità oratoria che contraddistingue la massonica casta degli architetti. Se volessimo instaurare un paragone con l’haute pâtisserie, la famigerata copertura verde di un edificio suona come una glassatura light su di un dolce iper-farcito e dunque sicuramente poco “sostenibile” per la linea: un (auto)inganno.

Bio-edilizia, eco-architettura (o con i prefissi vicendevolmente apposti) sono i tormentoni del momento sia tra gli specialisti del settore che nei discorsi da bar, perché in una smart society se non adotti un healthy lifestyle sei tassativamente out. Il punto è che tutto questo raffazzonamento linguistico rischia di farci dimenticare che, prima ancora della bio o ecoarchitettura, occorre discutere di architettura. Di per sé, infatti, qualsiasi operazione architettonica giudiziosamente condotta non mira a ledere l’ambiente circostante; ahinoi, cittadini dei cosiddetti “Paesi civilizzati”, poiché troppo spesso ci siamo interfacciati con un’edilizia poco rispettosa del pianeta e alla mercé del dio denaro, adesso ci tocca attuare una netta distinzione tra ciò che è sostenibile e ciò che non lo è.

Sostenibilità fa rima con ciclicità: l’architettura indiscussamente più a “impatto zero” in termini di consumo di suolo, cementificazione, dispendio economico e soluzioni energetiche concerne il restauro e la riqualificazione; stiamo parlando di una sorta di riciclaggio in ambito edilizio, un laboratorio del ri-uso di ciò che, per le più svariate ragioni, ha perso la sua originaria funzione ma preserva un potenziale che gli consente di essere trasformato in qualcos’altro, senza decadere nello stato di rudere. È così che le chiese sconsacrate, soprattutto in Nord Europa, diventano teatro delle più impensabili metamorfosi: ristoranti, discoteche e biblioteche traggono i vantaggi costruttivi/tecnologici di queste architetture e li permeano di significati nuovi, ovviamente in virtù di una compatibilità d’uso. Il film Alaska di Claudio Cupellini (anno 2015) trae il titolo proprio dal nome del night club milanese che un bizzarro e quantomai geniale investitore interpretato da Valerio Binasco decide di aprire trasformando gli interni di una chiesa, con la volontà di creare un ambiente mistico e ambiguo che rasenta il kitsch, in cui gli stupefacenti la facciano da padroni nella più inebriante profanità; questo è realmente successo a Milano, con l’inaugurazione della discoteca Gattopardo nel 2001, tuttavia, nel nostro Paese “di santi, poeti e navigatori”, si predilige generalmente una riconversione più pudìca degli edifici che hanno perduto la loro investitura religiosa, come è accaduto, per esempio, nel caso dell’ex Chiesa di Santa Maria delle Grazie a Ferrara, divenuta la Biblioteca chimico-biologica dell’Università. L’argomento, che veste ancora i panni di una dirompente novità del XXI secolo, sta progressivamente suscitando interesse a livello mondiale, tanto che un gruppo di artisti statunitensi ha creato una piattaforma online chiamata Xhurches, ossia una sorta di anagrafe delle chiese sconsacrate (cattoliche ma anche di altre confessioni) con le relative trasformazioni subite; un connazionale, invece, il fotografo Andrea Di Martino, nell’arco di uno studio della durata di cinque anni – dal 2008 al 2013 – ha condotto una ricerca analoga, prediligendo al network la buona vecchia carta stampata: il volume che documenta il suo lavoro, intitolato The mass is ended, è stato insignito di due importanti riconoscimenti quali il Premio Ponchielli e l’Authors in Selection della biennale di fotografia di Tenerife.

Tornando a focalizzarci sul tema della sostenibilità, ma baipassando i noiosi tecnicismi, in un certo senso profetiche sono da considerarsi le parole dell’architetto giapponese Sou Fijimoto, il quale dichiara che “Non possiamo derogare alla correttezza delle pratiche di risparmio energetico oppure alle necessità progettuali pratiche, ma è necessario allargare il concetto di sostenibilità e ripensare il nostro stesso stile di vita, soprattutto come viviamo il rapporto con l’ambiente esterno. […] Luce ed aerazione, ma anche vere e proprie intrusioni dell’esterno all’interno o – perché no? – viceversa. Vivere e lavorare in luoghi come questi, oltre a essere più sostenibile, è senz’altro più stimolante”. Dello stesso avviso di Fujimoto è l’architetto belga Jan de Vylder, che suggerisce ai suoi colleghi un orientamento meno legato a numeri, dati, pesi e misure, incentrato, invece, sulla vita in sé e dunque su aspetti meno dettati dalla logica e più umani. Infatti, il progetto firmato nel 2016 dal suo studio per la rigenerazione dell’edificio Sint-Josef al centro del campus Caritas di Melle, che ospita tuttora una clinica psichiatrica, è dichiaratamente “aperto”, nel senso che ha coinvolto nella progettazione i pazienti stessi, e ha optato per una semplice operazione di svuotamento interno e mantenimento del perimetro murario, al fine di consentire sviluppi e modifiche futuri anche in vista di eventuali cambi di destinazione d’uso.

Sostenibilità fa rima anche con comunità: il vivere in abitazioni collettive ammortizza costi di cantiere e di manutenzione – per utilizzare un gergo del settore – e migliora la qualità della vita dei fruitori grazie alla possibilità di adottare soluzioni ambientali-architettoniche di cui magari un solo nucleo familiare non sarebbe autonomamente in grado di sostenere le spese. Il connubio di welfare sociale ed edilizio con il riutilizzo sostenibile è ben esemplificato dal caso del complesso suburbano di Albertslund Syd, nell’est della Danimarca, dove 1001 residenze a corte – il cui progetto originario aveva scarse qualità ambientali – sono state rimaneggiate dallo studio Vandkunsten, il quale ha fatto del riutilizzo – sia in termini di materiali che di spazi – la priorità del proprio lavoro, ed ecco che il faggio dei parquet rimossi dalle abitazioni è diventato un isolante termico dalle elevate prestazioni, e che altri elementi comunemente catalogati come scarti, sono stati reinventati in qualità di strutture leggere (portici, tettoie, verande etc.), e dunque sono sopravvissuti grazie ad una mutazione avvenuta in essi: è un po’ come la teoria evoluzionistica di Darwin.

Ma chi sostiene l'architettura sostenibilealbari

 

Ma se l’impeccabile Danimarca può millantare un invidiabile sistema sociale e amministrativo che dunque fornisce risposte soddisfacenti anche nel campo dell’urbanistica e dell’architettura, in Italia il concetto di sostenibilità funziona (funziona?) diversamente: vuoi per le diverse premesse storiche, vuoi per via del patrimonio edilizio che richiede un approccio più critico e sofisticato, per noi la sostenibilità passa ancora attraverso i fili d’erba del (tetto) giardino della porta accanto. Ad ogni modo, in virtù del motto Pensa globale, agisci locale, delle esperienze ragguardevoli sono state conseguite da alcuni studi di architettura che, sebbene non abbiano in cantiere l’edificio passivo per eccellenza che salverà il pianeta dal surriscaldamento e dal buco dell’ozono, hanno avviato dei progetti di riqualificazione a partire dalla piccola scala, ponendo l’accento sull’importanza del verde urbano: Volumezero Architecture&landscape annovera nel suo background progettuale l’installazione “Giardini in scala” a Potenza, in occasione della ottava edizione del Festival Città delle Cento Scale; il capoluogo lucano, noto per le numerose gradinate che contraddistinguono il suo tessuto urbano, dovrebbe valorizzarle di più, non solo dal punto di vista estetico: “Cosa accadrebbe se le scale fossero anche qualcos’altro? Cosa accadrebbe se fossero anche piazze, giardini, parchi, playground, arene, mercati, tutti rampanti?” scrivono i membri di Volumezero sul loro sito ufficiale. E ancora: “Lo scopo è riflettere sulle qualità del paesaggio urbano contemporaneo che possono derivare dalle contaminazioni e dalla compresenza, persino conflittuale, di temi e generi, forme e funzioni, tra loro in apparenza incoerenti o incompatibili. Il registro è quello del paradosso, giacché la scala in realtà è un giardino e il parterre, pianeggiante per antonomasia, si distende invece su oltre cento gradini.” Ma se l’esperimento condotto sulla rampa Leopardi appare più come una provocazione, il progetto partorito in seno al ciclo di incontri che Volumezero ha tenuto nel 2010 con il blogger e ambientalista Antonio Nicastro propone qualcosa di più dirompente: un grande parco cittadino nei pressi del Ponte Musmeci, con una vegetazione boschiva eterogenea su di una superficie pari a 3,5 ettari. Questo polmone verde sarebbe capace di assorbire 17.500 Kg di CO2 all’anno – nonché di favorire la mitigazione climatica, in osservanza del Protocollo di Kyoto –, di produrre 200.000 kWh annui grazie alle pensiline fotovoltaiche per i parcheggi, e di riutilizzare acque reflue e piovane mediante un lago di fitodepurazione. Utopia?Ma chi sostiene l'architettura sostenibssilePoiché Papaleo in “Basilicata coast to coast” inneggiava alla rivendicazione della nostra fetta di Mafia, pur di comprovare l’esistenza geografica di questa regione del Mezzogiorno poco conosciuta persino dagli italiani stessi, è lecito anche reclamare “Dateci la nostra fetta di architettura!” per attestare che il quasi incontaminato landscape lucano si presterebbe in maniera ottimale a sperimentazioni architettoniche, a cavallo tra etica, estetica ed energetica. Hanno colto queste potenzialità i membri dello studio romano OSA Architettura e paesaggio, con la realizzazione di una residenza privata di oltre 600 mq lungo il versante nord-orientale di una collina che separa i fiumi Bradano e Basento. La casa è integrata col territorio, del quale segue il profilo orografico, adagiandosi sul pendio, al punto che, se vista dall’alto, si confonde con il paesaggio rurale circostante; la peculiarità del progetto sta nell’aver predisposto una comunicazione visiva e spirituale tra spazio interno e spazio esterno: tra l’uno e l’altro non ci sono cesure nette, bensì aree terrazzate e cortili che amalgamano la successione delle stanze, aprendo varchi all’interno del perimetro murario. L’edificio esplicita il concetto di sostenibilità dapprima nelle scelte architettoniche fatte a monte, che concernono la corretta esposizione solare degli ambienti, il controllo della ventilazione e della luce naturale, e un sistema di raccolta dell’acqua piovana a mo’ di antica domus romana, e solo successivamente nella dotazione di tutti i cliché del risparmio energetico: pannelli fotovoltaici e, ovviamente, tetto giardino.
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