I due seggi che ballano

A cura di Marco Di Geronimo

Non si sa ancora chi farà parte del Consiglio regionale. I risultati delle elezioni del 24 marzo sono braccati da due predatori. A collaborare, due partiti insolitamente alleati: Fratelli d’Italia e Progressisti per la Basilicata. Abbiamo voluto dare uno sguardo a numeri e percentuali delle votazioni. E a prima vista, volendoci sbilanciare, sembrano aver ragione.

Non è semplice districarsi nelle operazioni elettorali. La legge adesso è in vigore è la legge regionale 20 agosto 2018, n. 20. Che tra l’altro è stata modificata già due volte: con la legge regionale 3 ottobre 2018, n. 27, e quella 13 marzo 2019, n. 13. Il suo testo è in larga parte illeggibile per i deboli di stomaco, e lascia adito a mille dubbi. Noi abbiamo provato a interpretarlo, basandoci sui dati del portale Eligendo del Ministero dell’Interno. Abbiamo tentato una ricostruzione la più rigorosa possibile. Speriamo di esserci riusciti, ma non ve lo possiamo garantire al cento percento. (D’altronde, se le leggi fossero più chiare, un lavoro del genere sarebbe più semplice).

Trittico lucano: la divisione tra le coalizioni

La nostra nuova legge elettorale è governata da meccanismi molto complicati. Anzitutto prevede l’elezione diretta del Presidente della Regione: passa il candidato più votato (non è previsto un ballottaggio, a differenza di quanto avviene nei Comuni più grandi). Dopodiché, alla lista o alla coalizione che lo sostiene, è assegnato un premio di maggioranza in Consiglio regionale (art. 20, c. 3, lett. f). Premio di maggioranza che però è variabile: 12 seggi se il Presidente ha ottenuto almeno il 40% dei voti; 11 se ha ottenuto almeno il 30%; 10 se ne ha ottenuti di meno. (Siccome il Presidente si aggiunge ai consiglieri, avrà sempre la maggioranza: 13, 12 o 11 su 21).

Qui troviamo la prima delle molte anomalie teoriche che affliggono questa legge. I consiglieri regionali sono spartiti tra le coalizioni, non tra i candidati Presidenti: e dovrebbe essere il risultato della coalizione a contare per l’attribuzione del premio, non quello del Presidente. Ma tant’è. A (parziale) rimedio c’è il divieto di voto disgiunto: non si può votare un Presidente di una fazione e la lista di un’altra. Ma al tempo stesso, il voto attribuito solo al Presidente non si estende alla sua coalizione. E infatti tutti i candidati Presidente hanno registrato più voti delle proprie liste.

A questo punto bisognerà ripartire i seggi rimanenti tra le coalizioni di minoranza. La nuova legge elettorale prevede che si proceda con il cd. metodo D’Hont (art. 20, c. 3, lett. d e f). È il più disproporzionale tra i sistemi proporzionali: un gioco di parole per dire che le liste (in questo caso le coalizioni) più grandi sono notevolmente avvantaggiate. Funziona in un modo piuttosto curioso. Per ogni coalizione, si divide il numero di voti per una serie di numeri (1, 2, 3…) fino al totale dei seggi da ripartire. Nel nostro caso, siccome Bardi ha vinto con il 42% e ha ottenuto 12 seggi, alle opposizioni rimangono 8 seggi. E per 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7 e 8 sono stati divisi i voti del centrosinistra, del M5s e di Basilicata Possibile. (Notare che qui contano i voti delle coalizioni, e non dei candidati Presidente…). Poi si scelgono i tot risultati più alti (otto nel nostro caso).

Alla fine di questa prima fiera, troviamo il primo caduto. Valerio Tramutoli, nonostante abbia riscosso il 4,37%, non riesce a eleggere nemmeno un consigliere. I 12.912 voti raccolti non bastano ad accedere in Consiglio regionale: l’ottavo quoziente è del centrosinistra e ammonta a ben 19.200 voti. Il primo quoziente di Basilicata Possibile è solo il dodicesimo di questa graduatoria… Se invece si fosse adottato il metodo Hare, uno tra i più proporzionali dei proporzionali, Tramutoli avrebbe ottenuto un seggio a danno del centrosinistra. Viceversa, il D’Hont premia la coalizione di centrosinistra con 5 consiglieri su 8, e il M5s coi restanti 3.

Spezzare il pane: le spartizioni tra alleati

È dunque l’ora di distribuire i seggi delle coalizioni tra le singole liste (i partiti) che ne fanno parte. Col Movimento 5 stelle il problema non si pone: la coalizione è formata da una sola lista, e quindi tutti e tre i seggi andranno a questa. Altro paio di maniche il centrodestra (che ha corso con 5 diverse forze: Lega, Forza Italia, Fratelli d’Italia, Idea e Bardi Presidente) e soprattutto il centrosinistra (presentatosi alle urne con ben 7 simboli: Avanti Basilicata, Comunità democratiche, Progressisti per la Basilicata, PSI, Basilicataprima, Trerotola Presidente e Verdi). Il centrodestra deve distribuire 12 seggi, mentre al centrosinistra ne toccano solo 5.

Registriamo qui una seconda anomalia della legge elettorale. Tra alleati il bottino andrebbe diviso lealmente: non c’è bisogno di avvantaggiare le liste più grandi, giusto? Tanto più che le liste più piccole hanno svolto un ruolo-chiave nella coalizione. Infatti, coalizzarsi significa contare di più in sede di ripartizione dei seggi: e anche quei pochi voti portati dai partiti più piccoli possono significare un seggio in più per l’intera coalizione. Il buon senso vorrebbe quindi un’equa spartizione del bottino.

Detta in termini più tecnici, non c’è ragione di adottare una ripartizione disproporzionale. Non c’è bisogno di riproporre il metodo D’Hont. Sarebbe invece più intelligente provvedere a una divisione col metodo Hare, o con altra formula più proporzionale, permettendo a ciascuno di avere “la sua parte”. Chiaramente una soluzione del genere deve essere apparsa troppo scontata. E quindi eccoci di nuovo alle prese col D’Hont, e con gli alleati maggiori nelle coalizioni che sbranano i più piccoli.

Nel centrodestra la parte del leone la recitano la Lega e Forza Italia. Il partito di Salvini incassa ben sei seggi, mentre a quello di Berlusconi ne toccano tre. Grande deluso è Fratelli d’Italia, che deve accontentarsi di un misero consigliere, al pari delle altre due liste minori della coalizione (a dispetto dei suoi 17.112 voti, ben 5mila in più rispetto a Idea). Nel centrosinistra sono Avanti Basilicata e Comunità democratiche a monetizzare di più, con due seggi ciascuna. Effimera gioia per i Progressisti, che maturano un seggio (ma a breve lo perderanno… vedremo perché).

Se i giochi fossero stati condotti con l’Hare, la Lega avrebbe perso un seggio a vantaggio della Meloni. Nel centrosinistra invece sarebbe stato un pareggio a cinque (un po’ ingiustamente per il PD mascherato e per la lista di Pittella, molto più avanti degli alleati): un seggio a testa per le prime cinque liste, col PSI e Basilicataprima anch’esse in Consiglio regionale.

In cammino: dalla Regione alle Province

Finita qui? Sarebbe troppo semplice. Proprio ora cominciano i problemi: c’è chi in Fratelli d’Italia si chiede come mai il seggio sia scattato a Matera e non a Potenza. Allo stesso tempo, in MDP è netta la sensazione che il seggio conquistato in questa sede sia inamovibile. E quindi non possa essere girato a Trerotola, come invece suggerisce la legge elettorale. Ambo le impressioni sembrano fondate.

Chi scrive aveva in passato proposto di abolire le circoscrizioni provinciali e prevedere un collegio unico regionale, sul modello del Molise (l.r. 20/2017, art.3). Una delle obiezioni che gli vennero mosse fu che il collegio unico regionale avrebbe sfavorito i candidati materani, che potevano contare su bacini di voti più piccoli. E perciò bisognava mantenere un doppio canale di rappresentanza territoriale, ancorato alle due Province. Tredici seggi devono essere eletti a Potenza, e sette invece andranno coperti da Matera (art. 4, c. 3; DPGR n. 5/2019).

Perciò, dopo la ripartizione dei seggi a livello regionale, bisogna calare i consiglieri eletti di ogni lista nelle due Province. Il meccanismo che sovrintende a questo gioco di prestigio è piuttosto complicato: l’obiettivo è rispettare il comma 2 dell’articolo 3, secondo il quale il riparto dei seggi avviene «nelle singole circoscrizioni» con «recupero dei voti residui nel collegio unico regionale».

Ecco l’ennesima anomalia sistematica della legge elettorale. Prima si sostiene che i seggi vengono ripartiti a livello provinciale. Dopodiché le venti poltroncine sono distribuite a livello regionale. In seguito, perciò, bisognerà trovare il modo di rispettare quel comma, precedentemente ignorato, e per farlo si escogita un meccanismo piuttosto curioso.

Curioso perché questa volta fa leva sul metodo Imperiali, un cugino del metodo Hare. Si tratta, l’abbiamo anticipato, di una delle formule più proporzionale dei proporzionali: il numero di tutti i voti validi in una circoscrizione è diviso per il numero di seggi che quella circoscrizione elegge in totale, più uno. Si ottiene così il quoziente elettorale (circoscrizionale), che verrà usato per dividere i voti di ogni lista. Alle liste saranno attribuiti seggi in ragione del risultato di tutte queste divisioni. Avanzerà senz’altro qualche seggiola: che verrà coperta scorrendo la graduatoria dei più alti resti che ogni lista ha maturato dalla divisione col quoziente elettorale.

Il resto di niente: seggi residui in graduatoria

Ci scusiamo coi lettori meno perversi, ma purtroppo la legge è più complessa di così. In ogni Provincia, ogni lista elegge solo i quozienti interi di quelle divisioni (i risultati, senza considerare la virgola) (art. 20, c. 4, lett. a). Tutti i seggi che avanzano verranno invece attribuiti scorrendo una graduatoria regionale dei resti. In partica ogni lista invierà in questa graduatoria i due resti che risulteranno dalle divisioni di Potenza e di Matera. Resti che verranno, però, rielaborati (moltiplicati per 100 e divisi per il quoziente elettorale) per calcolare quanta parte del seggio erano riusciti a conquistare in quella Provincia (art. 20, c. 5, lett. b). Sì, è dannatamente complicato: facciamo un esempio pratico.

I voti validi a Potenza e provincia sono stati 196.274, che divisi per 14 (13+1) danno vita al quoziente elettorale potentino di 14.019. A Potenza la Lega ha ricevuto 38.701 voti, pari a circa il 20% dei voti validi. 38.701 diviso per 14.019 fa 2, con un resto di 10.063. Quindi la Lega a Potenza elegge due consiglieri regionali. Il suo resto provinciale (10.063 appunto) viene moltiplicato per 100 e diviso nuovamente per 14.019: il che fa 76. Ciò significa che i voti residui della Lega pesano il 76% dei voti necessari a far scattare un seggio nel potentino, perché ammontano al 76% del quoziente elettorale della provincia di Potenza.

Al termine di questo carosello impazzito, scopriamo che di seggi eletti per quozienti interi ce ne sono molto pochi. La Lega ha già messo al sicuro tre consiglieri (due a Potenza e uno a Matera), Forza Italia e Avanti Basilicata uno a testa (per entrambi a Potenza). Panza cuntenta per il M5s, che elegge tutti e tre i suoi consiglieri grazie ai quozienti interi (due a Potenza e uno a Matera). Ma così sono stati individuati solo otto dei venti consiglieri regionali: bisogna trovare gli altri dodici!

Scorriamo così la graduatoria regionale dei resti (dalla quale bisogna escludere il M5s, che ha già fatto il pieno, e tutte le liste che non hanno eletto seggi a livello regionale). Le prime 11 «cifre elettorali residuali percentuali» (così le chiama la legge) appartengono, nell’ordine: Comunità democratiche (PZ), 96%; Fratelli d’Italia (PZ), 82%; Lega (PZ), 76%; Comunità democratiche (MT), 75%; Forza Italia, (MT), 74%; Idea (PZ), 55%; Bardi (MT), 55%; Progressisti (PZ), 53%; Avanti Basilicata (MT), 47%; Lega (MT), 43%; Forza Italia (PZ), 26%. Abbiamo dovuto saltare anche i resti di Fratelli d’Italia (MT, 47%), Progressisti (MT, 47%), Avanti Basilicata (PZ, 38%), Idea (MT, 37%) e Bardi (PZ, 35%) perché avevano già raggiunto il loro numero di consiglieri a livello regionale. Non abbiamo coperto tutti e dodici i seggi: ma la graduatoria è finita. Avanza ancora il 12° seggio del centrodestra (il 6° della Lega). Come si fa?

Si ricomincia daccapo. Chi è in testa alla graduatoria? Comunità democratiche: ma ha già coperto tutti i seggi, quindi si va avanti. Fratelli d’Italia: idem come sopra. Ecco quindi la Lega, alla quale avanzava giusto giusto il sesto seggio. Il suo resto in terza posizione è quello di Potenza (il famoso 76%). E così abbiamo finito la lunga giravolta.

I seggi assegnati sono perciò: 6 alla Lega (4 a Potenza e 2 a Matera), 3 a Forza Italia (2 a Potenza e 1 a Matera), 1 a Fratelli d’Italia (a Potenza), 1 a Idea (a Potenza), 1 a Bardi (a Matera), 2 ad Avanti Basilicata (1 per Provincia), 2 a Comunità democratiche (1 per Provincia), 1 ai Progressisti (a Potenza) e 3 al Movimento 5 stelle (2 a Potenza e 1 a Matera).

La farmacia colpisce ancora: il seggio di Trerotola

Fermi tutti! Ciliegina sulla torta: Trerotola deve essere eletto di diritto (art. 20, c. 5, lett. c) in qualità di secondo arrivato. Il suo seggio è l’ultimo della coalizione di centrosinistra, che sia stato però assegnato scorrendo la graduatoria dei resti. E l’ultimo seggio del centrosinistra a essere stato assegnato in questa maniera è quello di Avanti Basilicata, scattato in Provincia di Matera (47% del quoziente circoscrizionale).

L’Ufficio elettorale regionale però ha sottratto il seggio ai Progressisti, che così si sono ritrovati a secco. La lettera c) del comma 5 (art. 20) prevede infatti che «qualora tutti i seggi spettanti alle liste circoscrizionali collegate siano stati attribuiti a quoziente intero», a farne le spese dovrebbe essere «la lista circoscrizionale collegata che ha riportato la minore cifra elettorale». Ovvero proprio Progressisti per la Basilicata. La lista di MDP infatti ha maturato 12.908 suffragi, a confronto dei 24.957 di Avanti Basilicata e dei 22.423 di Comunità democratiche.

Problemino… per di più duplice. Anzitutto: la decurtazione ai danni della lista più piccola non scatta sempre. Ma soltanto se tutti i seggi della coalizione siano stati attribuiti a quoziente intero! Così non è per la coalizione di centrosinistra. L’unica lista ad aver fatto il quoziente è stata quella di Pittella, che a Potenza è riuscita – e ampiamente – ad assicurarsi il seggio ben prima di ricorrere alla graduatoria regionale dei resti. Gli altri quattro seggi invece hanno dovuto subire la trafila della graduatoria dei resti, e in quella classifica è proprio Avanti Basilicata a figurare per ultima! A dover “cedere” la poltrona a Trerotola perciò non dovrebbe essere Molinari (1° dei Progressisti a Potenza), bensì Braia (1° di Avanti Basilicata a Matera).

Anche così si configurerebbe un’altra anomalia giuridica. E di non poco conto. Giovanni Petruzzi, ex Sindaco di Anzi, ha eccepito una lesione della rappresentatività politica se il seggio di MDP fosse attribuito a Trerotola. Petruzzi infatti, come scrive in suo articolo su La Nuova del Sud, dimostra dati alla mano che il seggio dei Progressisti è il terzo e non il quinto della coalizione. L’esponente di MDP ricorda che i seggi del centrosinistra sono stati ripartiti tra le liste con metodo D’Hont (ex art. 20, c. 3, lett. i). Dei cinque quozienti del centrosinistra, quello dei Progressisti è il terzo (12.908), davanti sia a AB (12.478) sia a CD (11.211).

È quindi chiarissimo che sia il secondo seggio di Avanti Basilicata, sia (a maggior ragione) quello del Partito democratico, sono meno rappresentativi del primo (e unico) dei Progressisti. Come analisi, da un punto di vista ideale, non fa una piega. È chiaro anzi che il seggio di Trerotola, se la legge fosse stata scritta usando del buon senso, sarebbe stato individuato con questo criterio. Il seggio del candidato Presidente infatti dovrebbe essere attribuito senza incidere sulla rappresentatività: in altri termini, il primo seggio va a lui, e gli altri vengono spartiti tra le liste. Praticamente, significa che è la lista con l’ultimo quoziente D’Hont a dover cedere il posto.

Purtroppo la legge elettorale non è stata scritta con buon senso. Perciò il seggio del secondo arrivato viene attribuito secondo una lotteria: perché l’ultimo seggio della coalizione nella graduatoria regionale dei resti potrebbe certamente appartenere alla lista che aveva l’ultimo quoziente… ma anche no. E infatti, dei 5 seggi del centrosinistra (PD-PZ 96%, PD-MT 75%, PpB-PZ 53%, AB-MT 47%), l’ultimo appartiene proprio ad Avanti Basilicata. Cioè ai titolari del… quarto quoziente D’Hont, anziché del quinto. È salvo il seggio di Cifarelli (eletto con Comunità democratiche a Matera), mentre vacilla quello di Braia. Trerotola diventerebbe perciò consigliere regionale per la Provincia di Matera, anziché per quella di Potenza. E Antonello Molinari sarebbe proclamato eletto per i Progressisti a Potenza.

Fratelli di Potenza: svista nel centrodestra

In tutto questo, un altro seggio fa molto mormorare. Ed è quello di Fratelli d’Italia, scattato inaspettatamente a Matera. Vero è che, nella provincia della città dei Sassi, il partito di Giorgia Meloni ha raggiunto il 5,93%: circa lo 0,02% in più rispetto al risultato della provincia di Potenza. Però i conti non tornano ugualmente: vuoi per il confronto dei voti assoluti (11.595 a 5.517), vuoi per quello tra resti “rielaborati” (82% a 47%), i voti potentini appaiono ben più pesanti di quelli materani. E d’altronde fa strabuzzare gli occhi la sproporzione dei seggi leghisti nella ripartizione ufficiale: 5 a Potenza e solo 1 a Matera, nonostante la sostanziale equivalenza percentuale dei risultati (19% nel capoluogo e 17% nella capitale europea della cultura).

Che l’Ufficio elettorale regionale abbia preso un abbaglio? Così pare. I suoi membri ne sarebbero pienamente giustificati: la legge numero 20 è la più intricata di sempre ed è normalissimo, in sede di ripartizione dei seggi, che alla fine qualcosa non torni.

La graduatoria regionale dei resti che abbiamo calcolato noi infatti dà ragione ai Fratelli di Potenza, negando il seggio a quelli di Matera. In caso di ricorso, sarebbe difficile che Giovanni Vizziello, 1^ fiamma nel Materano, riuscisse a mantenere il seggio. I numeri parlano chiaro: il resto potentino è il terzo in graduatoria (82%), quello materano soltanto nono (47%). Gianni Rosa, che ha battuto Michele Napoli di circa trecento voti nel Potentino, ritornerebbe quindi a Palazzo Verrastro.

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