Gavioli, il potentino che rivoluzionò la critica del cinema

A cura di Marco Di Geronimo

(Pubblicato in origine su Il Lucano Magazine, n. 138, gennaio/febbraio 2019)

Il 26 ottobre 1997 moriva a Potenza il giornalista e critico cinematografico Orazio Gavioli. Il 3 dicembre scorso avrebbe compiuto 84 anni. Chi sa cercare, troverà diversi articoli sul cronista potentino, scritti da amici e colleghi nel corso di questi lunghi anni. Più di tutti ha provato a ricostruirne una biografia un altro giornalista prematuramente scomparso, Rocco Brancati, che alla figura di Gavioli avrebbe voluto dedicare un saggio.

«Aurelio Orazio Paolo Gabriele» nacque a Potenza il 3 dicembre 1934. Era il primo figlio maschio di Federico Gavioli, chirurgo primario al San Carlo e di lì a pochi mesi anche Direttore sanitario della struttura (che due anni prima aveva perso una bambina, Biancamaria, morta il giorno del compleanno del padre per enterocolite). L’infanzia trascorre a Villa Gavioli, un palazzo rosso vicino al Ponte di Montereale (adesso abbattuto) costruito sul finire dell’Ottocento. Affezionatissimo alla madre, Lavinia Buonasorte, e al nonno paterno Orazio (il botanico a cui è intitolata l’omonima via), il futuro giornalista cresce senza sperimentare le privazioni che invece affliggono molti suoi coetanei.

Dopo le elementari (frequentate da privatista), il ragazzino è spedito a Napoli, a casa dei nonni Buonasorte, per frequentare le scuole medie nel selettivo collegio dei gesuiti, l’Istituto Pontano. Frequenterà il Liceo classico a Potenza, subito dopo la guerra (nel 1947), nel corso C. E suoi compagni di classe furono diversi dei nomi «che si sarebbero fatti onore nelle più disparate discipline», come scrisse Brancati. Tra loro il futuro oncologo di fama mondiale, Ettore Appella, che divenne amico stretto di Orazio e che trascorse pomeriggi interi a casa Gavioli a studiare.

Tra gli anni al Flacco, spicca un ricordo di Luigi Luccioni. Interrogato dalla professoressa Suglia su un passo de I Promessi Sposi (pare, l’episodio della madre di Cecilia), a Orazio venne chiesto innanzitutto di leggere il brano ad alta voce. Ma la lettura fu così appassionata e precisa, che la professoressa disse soltanto: «otto», senza porre domande. Spia di una vocazione teatrale destinata a sbocciare.

Fu in quel periodo che si creò – «non si è mai ben capito come» m’ha raccontato divertita Lillina Digilio – un gruppo di amici molto legati al futuro giornalista. Si riunivano spesso a casa Gavioli, «nella stanza che chiamavo lo studio di mio fratello» ricorda la sorella Angela, e si divertivano a fare i primi esperimenti teatrali coi testi in quel momento più apprezzati. Il periodo del Dopoguerra fu caratterizzato da una letterale esplosione culturale: la censura fascista sparì di botto e i salotti letterari furono inondati da scritti fino a quel momento proibiti. Tra cui quelli degli esistenzialisti, come Sartre e Camus.

Rocco Falciano ricorda che il gruppetto, formato da «ragazzi e ragazze dai sedici ai vent’anni con vocazioni estetiche e antiprovinciali», si dedicava alle attività più disparate. Improvvisazioni teatrali e poetiche, «risse ideologiche», e non solo. «A casa Gavioli ascoltammo dischi di musica contemporanea» mi ebbe a raccontare Michele Giuratrabocchetta, che di Orazio è stato amico fraterno. D’altronde la passione di Gavioli per il teatro e per l’arte è stata precocissima: già al liceo era abbonato a riviste specializzate come «La fiera letteraria» e «Il dramma» (lo riportava Luigi Luccioni alla tesista Rosaria Summa). Per tacere del patrimonio familiare, costituito da una biblioteca fornitissima di tutti i poeti più recenti (Rimbaud, Verlaine, Baudelaire), e della conoscenza personale che il padre, Federico, ebbe con D’Annunzio e perfino con Marinetti.

Inevitabile che prima o poi il gruppetto – di cui facevano parte anche Vito Riviello e Beatrice Viggiani, amicissimi di Orazio e proprio in quegli anni al debutto sulla scena poetica – finisse a fare teatro. Il 31 dicembre 1952 (con replica il 2 gennaio) andò in scena al Teatro Stabile «L’allegra verità» di Noel Coward. I ragazzi erano stati diretti da Edoardo Trillo, e Gavioli interpretò il protagonista (Garry Essendine), ricevendo il plauso della stampa locale. L’occasione fu tale da spingere il padre Federico, all’epoca “in esilio volontario a Viggiano”, a rientrare a Potenza per assistere allo spettacolo. I giovanotti avevano ormai tutti l’età per l’università: e fu questo l’ostacolo che impedì la messa in scena di una nuova commedia (Michele Giuratrabocchetta racconta che il progetto successivo doveva essere mettere in scena un’opera di Garcia Lorca).

L’università: un capitolo travagliato, sul quale molto spesso le fonti fanno confusione. Nel 1947 il padre Federico Gavioli, in rotta con la dirigenza del San Carlo, aveva dato le dimissioni. A nulla erano valse le raccomandazioni della moglie e degli amici in senso contrario: «don Fifì» scelse la via della rottura. E dopo qualche mese, rilevò una clinica a Viggiano, nell’attesa di costruirne una propria nell’ala abbandonata di Villa Gavioli. Quando questo progetto prese forma, fu chiaro a chi bisognava rivolgersi per i capitali: Paolo e Francesco Buonasorte, suocero e cognato di «don Fifì».

E pare che fu proprio “nonno Paolo” a spingere Gavioli a intraprendere la carriera medica. Orazio si iscrisse a Roma nel 1952 e prese casa assieme ad Appella: ma dopo un semestre, gli parve «accettabile» virare su Giurisprudenza. «Aborriva venire a contatto con i cadaveri» mi scrive Appella, in un’email che mi ha cortesemente inviato. E diceva agli amici: «Faccio medicina per legge!». Cioè, perché me l’impongono. Alla fine virò proprio su Legge. Ma poi la laurea in diritto non la prese mai. Il destino lo fermò a pochi esami dall’alloro… ma non acceleriamo.

Dopo la scelta di cambiare facoltà (che forse all’inizio fu addirittura nascosta al padre),  il contatto con Roma diede una boccata d’aria fresca al giovane, perennemente in fuga dal clima opprimente e arido della città potentina. D’altronde, risulta che il padre lo introdusse negli ambienti letterari più in della vita romana e si racconta che abbia frequentato, o perlomeno fatto domanda di ammissione, alcuni corsi alla Scuola Nazionale di Cinema. Per tacere della collaborazione che legava Gavioli a Ettore G. Mattia, attore di origini lucane richiamato a Potenza per tenere una conferenza (dal titolo Signori, la Diva!) organizzata dall’appena formato Circolo del Cinema. Presieduto e fondato appunto da Orazio, tra mille traversie…

Manca ancora un tassello: la frequentazione con giovani gruppi della sinistra moderata. Girardi riporta che Gavioli aggregò Beniamino Placido alla compagnia di Marco Pannella, Tullio De Mauro e Stefano Rodotà (che forniva la casa per i ritrovi della comitiva). E dopotutto le prime riviste per cui scrisse Gavioli furono proprio Il Mondo di Pannunzio, vicino all’area radicale, «il giornale del Partito repubblicano» (lo riporta Anna Maria Riviello, lo conferma la sorella Angela), e le riviste di Mattia, La Fiera del cinema e Le Ore – una rivista di cinema degli anni Cinquanta e Sessanta da non confondere con la rivista omonima, successiva, d’altro genere…

A costringere Orazio a debuttare nel mondo della critica teatrale e cinematografica era stato un evento improvviso. In un suo appunto del 7 gennaio 1957, Gavioli annota: «Andiamo a letto all’una. Alle cinque vengono a svegliarmi: mi dicono che papà sta male. Nel corridoio comincio a sentire piangere. È disteso nel suo letto, è morto nel sonno, e mamma se ne è accorta per caso». La morte di Federico Gavioli innesca una spirale negativa, che porterà la famiglia a perdere gran parte del suo patrimonio. Questa molla impose a Orazio di abbandonare gli studi (non si laureerà mai) e di cominciare a lavorare.

Fortuna volle che l’amicizia con Mattia gli permise di debuttare prima sulle pagine de Le Ore e poi sulla Fiera del cinema. In seguito fu coinvolto anche nell’esperienza del Teatro Club, associazione che racchiudeva i principali esponenti del mondo dello spettacolo teatrale italiano, con l’ambizione di costruire un nuovo teatro europeo. Il Teatro Club era stato fondato dal materano Gerardo Guerrieri: Michele Giuratrabocchetta racconta che Orazio Gavioli ne entrò a far parte come segretario di Vittorio Gassman. A ogni modo fu un’esperienza preziosa, che gli permise di tessere una rete di conoscenze importante per gli anni a venire. E dopotutto seguiva a una pregressa collaborazione (del 1953) con la Lux Film: un’indagine statistica di cui dà traccia Rosaria Summa nella propria tesi di laurea.

Negli anni Sessanta avverrà il debutto in radio, con ogni evenienza collaborando a un programma che raccontava i luoghi più interessanti d’Italia (forse l’esordio, suggerisce Lillina Digilio, fu proprio una cartolina da Viggiano). In seguito inizierà a curare le notizie per Rai International, e cioè a realizzare i notiziari diffusi all’estero (in particolare seguì a lungo le edizioni latinoamericane dei radiogiornali). Non abbandonò la vocazione teatrale: nel 1966 seguì la compagnia teatrale di Maurizio Scaparro che metteva in scena la sua versione di Medea, interpretata da Laura Adani.

Da quel momento in poi comincia una stagione d’oro di Gavioli alla radio. A fine ’66 collaborerà al Setteperotto (circolo teatrale romano) e coadiuverà Paolo Villaggio e Nanni De Stefano nella redazione dei testi dell’Odissea. A dicembre ’67 dirigerà Il solito ignoto (una pièce teatrale di cabaret), e poi comincerà a sovrintendere un lungo ciclo di trasmissioni. Luzzati Fegiz riporta che fu suo curatore a Per voi giovani l’anno dopo. Collaborò (assieme a Maurizio Costanzo, di cui fu grande amico) al settimanale Spettacolo Off. Fu autore e lettore nella trasmissione Shakespeare rivive nel rock, e poi al settimanale Teatro anno 25; autore di Gratis, ancora con Costanzo, e regista di Special Oggi prima e di Dolcemente mostruoso poi. Venne incaricato della conduzione di Spazio Tre, che poi abbandonò per dirigere il reparto Spettacoli di «Repubblica» (ma rientrò alla radio nel 1986, per sovrintendere a Sottotiro).

Secondo quanto racconta Franco Recatesi, a convincere Gavioli di cominciare a lavorare per «Repubblica» fu Gigi Melega: era reticente a tornare alla carta stampata. Un dubbio simile gli salvò la carriera lavorativa: anni dopo Maurizio Costanzo gli propose di raggiungerlo nella redazione de L’Occhio. Dopo settimane di dubbi, Gavioli alla fine declinò l’offerta dell’amico. Fu fortunato: L’Occhio ebbe vita breve. Pare che gli venne pure offerta la direzione di un quotidiano locale, in alta Italia. Ma confidò a una mia fonte: «Perché accettare? Mi piace il mio lavoro…».

L’esperienza a «Repubblica» permise a Gavioli di scatenare la sua sensibilità culturale. Lo spazio dedicato agli Spettacoli raggiunse anche le sei o sette pagine al giorno. Ebbe sempre grandissima autonomia all’interno del giornale, grazie anche alla stima che gli garantiva il direttore Scalfari. Ernesto Assante, in un colloquio telefonico, l’ha chiamata «infinita». Caposervizio e direttore non divennero mai amici. Ciononostante, non deposero mai il rispetto reciproco.

Questo permise a Orazio di inventare e sviluppare quel nuovo tipo di giornalismo culturale che tutti gli attribuiscono. Assante me l’ha spiegato in questi termini: «Affrontava la critica e il giornalismo mettendoli insieme: per me è stata la lezione più importante, essere critico e cronista al tempo stesso». Oltrepassando la distinzione tra mera cronaca e critica pura (che c’era comunque, affidata alle penne di Kezich, Zanetti, il lucano Benedetto Placido) Gavioli inventò un grado particolare di approfondimento giornalistico. La redazione era apertissima alle nuove tendenze culturali, teatrali, cinematografiche e musicali. Assante ricorda che nel 1982 partì addirittura una rubrica settimanale sui videoclip. «Repubblica» con Gavioli agli Spettacoli iniziò a interessarsi alla New Wave, alla musica rock. Sempre mantenendo uno stile di scrittura accessibile a tutti.

La caratura culturale di Orazio Gavioli gli permise di mantenere la guida degli Spettacoli anche col difficile passaggio da giornale piccolo a giornale grande. Quando la foliazione di «Repubblica» aumentò in risposta alla distribuzione, il semisnobismo delle pagine Spettacoli dovette scemare, per interessarsi anche degli eventi marcatamente più popolari. Ernesto Assante e Rino Alessi, entrambi collaboratori a «Repubblica» in quel periodo, confermano che Gavioli fu capace di correggere la rotta senza disperdere l’identità del reparto. Questo acuì anche la separazione dalla redazione Cultura, dalla quale gli Spettacoli (al primissimo inizio accorpati) si erano staccati nel 1976.

Affezionatissimo al Festival di Venezia, tutti gli anni trasferiva una parte della redazione nella città della Laguna per seguire la manifestazione. Frequentava di persona, qualche volta, anche il Festival di Cannes, e appunto comparando i due eventi spesso ebbe a criticare l’organizzazione di Venezia (all’epoca spesso in difficoltà).

Digiunava tutti i giorni: saltava il pranzo per lavorare in ufficio. E nonostante avesse molto meno tempo del passato per seguire di persona le manifestazioni, Alessi scrive che era sempre informatissimo su qualunque fermento s’agitasse. Fu un fumatore incallito e questo gli fece sviluppare la malattia che lo condusse alla morte. I malanni gli concessero di pensionarsi, nel 1995: ma il distacco non fu una fase semplice. Il giornale stava cambiando ancora e si spezzò il legame tra la direzione e gli Spettacoli, indirizzando le pagine di «Repubblica» su una linea poco congeniale a Orazio.

Di lui si ricorda un animo gioviale, capace di intrattenere conversazioni lunghe e interessanti. Mattatore di serate intere tra i colleghi (aveva buoni rapporti con tutti nell’ambiente giornalistico e spesso riuniva i cronisti a Venezia in momenti di grande divertimento), pagava anche un’attenzione sincera e non formale ai collaboratori. Alessi ricorda anche le espressioni simpatiche con cui colorava la giornata («A che ne siamo?» e «non sento l’allegro ticchettio [delle macchine da scrivere, ndr]» per incalzare i sottoposti). Anche Maria Pia Fusco, sua grande amica, ricorda i rimbrotti ironici e i sobri complimenti che dispensava ai colleghi: per esempio «Sembrava più bella l’intervista che hai raccontato di quella che hai scritto», oppure «Bene, gli hai fatto dire qualcosa di intelligente».

Ma era anche un capo complicato: non sopportava il telefono e c’era sempre bisogno di una segretaria a fargli da filtro. Si occupava personalmente dell’impaginazione – grazie a rapporti privilegiati con l’Ufficio Grafica. Aveva l’abitudine di far stampare gli articoli degli ultimi arrivati sotto pseudonimo (Raoul Simeoni per Assante; ma anche Paolo D’Agostini subì questo secondo battesimo), pratica poi abbandonata nel corso degli anni.

Fece parte (nell’89) della giuria dell’Annecy cinema italien, e nel 1991 di quella che attribuiva il Premio Imola per la critica. Nel 1994 gli fu conferito il Premio Domenico Meccoli Scriveredicinema. Nel 1992 organizzò, con l’Associazione Basilicata Spettacoli, la prima rassegna delle Dolomiti lucane, Notti italiane: si svolse dal 18 al 30 luglio a Castelmezzano.

Politicamente fu «un sincero democratico». Lillina Digilio ricorda l’allegro sconcerto con cui si scambiavano opinioni politiche a ogni tornata: «E adesso chi votiamo?». Da giovanissimo Orazio militò nel PSDI, fin dalla scissione di Palazzo Barberini del 1947. Luccioni ricorda che gli disse che sarebbe andato a sentire Saragat in un comizio a Potenza quando era appena 13enne, «e ci andò davvero». La sua fede di sinistra “minimalista” creò forse mal di pancia in famiglia: il padre Federico militava proprio in quel periodo nel Partito comunista, che avrebbe abbandonato qualche mese dopo per entrare nel Partito socialista (col quale si sarebbe pure candidato alle elezioni politiche del 1953). In seguito, Gavioli si avvicinò probabilmente al Partito repubblicano (che lo scelse per rappresentarlo nel comitato che scrisse la legge sul cinema), per poi rimanere indipendente tra i partiti laici.

In casa è ricordato come uno zio affettuoso, che inondava i nipotini di regali a Natale e fu contentissimo di leggere i giudizi analitici delle loro nuove pagelle sperimentate tra gli anni Settanta e Ottanta nelle scuole. Era un appassionato di cucina (Luigi Luccioni sostiene che fosse membro dell’Accademia di cucina d’Italia, e Gavioli d’altronde coordinò un gruppo di esperti di EuropaCinema in un progetto che associava cinema e cibo) e si ostinò tutta la vita a non prendere la patentelo farò» scherzava «quando inventeranno un’auto che si può rimpicciolire e mettere in tasca anziché parcheggiare»).

Orazio Gavioli è stato un giornalista importante per il nostro Paese. Le sue conoscenze e la sua sensibilità gli hanno permesso di rivoluzionare il mondo della critica cinematografica e teatrale. A lui molti colleghi devono molto: tutti i suoi collaboratori che sono riuscito a contattare lo ricordano con estremo affetto (tra questi, Laura Delli Colli, Paolo D’Agostini, Ernesto Assante, Rino Alessi). Ma Gavioli è stato essenziale anche alla Potenza e alla Basilicata degli anni Cinquanta. La nostra Regione ha con lui un debito importante, visto che ha fatto parte (e ha ospitato) del «gruppo dell’attimo fuggente» (come lo definisce Falciano). Il gruppo che ha regalato esperienze importanti a poeti, pittori, giornalisti e uomini di cultura che hanno dato lustro alla Lucania.

Se ne è andato troppo presto, a soli 62 anni. A noi rimangono ricordi confusi della sua vita, fonti contraddittorie, e praticamente nessun suo scritto personale a disposizione. Un vero peccato: è come se la Regione, che non l’ha mai conosciuto da vivo, non potesse riscoprirlo nemmeno ora che non c’è più.

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