L’ARCHITETTURA NELLE PICCOLE… CASE. IL NOVECENTO INTIMO ITALIANO.

A cura di Alice Corbo

Essere bravi architetti è come essere bravi genitori: niente “istruzioni per l’uso”. Laddove la manualistica e l’agognato pezzetto di carta chiamato laurea eludono le risposte che stiamo cercando, l’unica soluzione è di allontanarsi, rifuggire il compromesso architettonico, sottrarsi alle ingenti responsabilità del costruire, rintanarsi nella domesticità: è così che, dunque, l’architettura dell’essenziale prende forma.
In un mondo che non ci vuole più – parafrasando Battisti -, essere bravi architetti significa non essere capiti, o essere capiti troppo: alle porte del paradiso di un Dio blakeano dal compasso d’oro, nel primo caso si ha la condanna, nel secondo la salvezza (o il contrario?). C’è un terzo caso: quello di chi bussa senza che gli venga aperto. “Bagno occupato”, “Siamo chiusi”, “Sono andato a prendermi un caffè”.  
È tra le fila dell’indifferenza che la buona architettura, silenziosamente, germoglia.
Non ha pretese, solo rinunce. Non ha echi, solo mormorii. Non sgomita, si raccoglie.
Non ha fama, ma solo verità.

“Mi piace che in architettura occupiamo un frammento del globo e ci costruiamo sopra una piccola scatola. E all’improvviso c’è un dentro e c’è un fuori. Meraviglioso. […] C’è una cosa in cui ho veramente grossi problemi, sono i grattacieli. Non riesco a immaginare me stesso in mezzo a cinquemila persone, o non so quante, in un grattacielo. Come potrei fare in modo di star bene, insieme a tutta quella gente con quel grattacielo?”

Peter Zumthor è noto, infatti, non per la sua prolificità architettonica, bensì per la sua spiritualità, che si traduce in materia pensata e pensante.
Bypassando la machine à habiter per eccellenza quale è il Cabanon di Le Corbusier a Roquebrune Cap-Martin – celebrato in ogni angolo del suo existenzminimum – se ci togliamo di dosso i tondi occhiali neri da hipster che rievocano il maestro, e indossiamo misuratamente i panni del bravo architetto, ci accorgiamo della qualità etica ed estetica di alcuni progetti italiani di edilizia residenziale nel secolo scorso. 
L’urgenza dell’architettura di depauperare la monumentalità del ventennio, per piegarla e frammentarla in uno sfrondato accostamento di linee e superfici, manifesta i prodromi della sua azione pulente alla VI Triennale di Milano del ’36, quando Franco Albini sintetizza l’abitare nel suo personale concetto di modernità necessaria e determinante. “Celebrare la bellezza della meccanica fu l’imperativo cui si attennero i sorprendenti allestimenti di Franco Albini che riuscì, nella sottile maniera di uno stile raffinato e rarefatto, a sublimarne il contenuto pratico nella metafisica di ardite nature morte: oggetti volanti che segnavano nel vuoto raffinati telai e intrichi metallici i nodi di una cartografia fantastica dove l’industria finalmente diventava arte libera dallo scopo”, scrive Fulvio Irace in merito all’operato dell’architetto lombardo.

In quello stesso anno, il 1936, un architetto velleitario quale fu Enrico Galassi, progettò una piccola casa per il pittore e amico Alberto Savinio (nonché fratello del pittore Giorgio de Chirico) in Versilia; “La mia casa Galassi l’ha disegnata a forma del più casalingo degli animali: a chiocciola. Galassi è stato a Ibiza, che è la più piccola delle Baleari. […] A Ibiza le case portano davanti alla fronte un gran muro pieno, che le guarda dai grandi venti del largo. Nella mite foresta del Poveromo i grandi venti del largo non arrivano, ma davanti alla mia casa Galassi ha alzato ugualmente un gran muro pieno e curvato a S, e questo muro, nonché guardarmi dai grandi venti metafisici, segna perentoriamente la lettera iniziale del mio nome.” Così Savinio descrive l’architettura laconica della sua dimora, in un’epoca in cui Ibiza non era ancora la ghiotta meta del turismo estivo sfrenato.

Il secondo dopoguerra è tacciato di Neorealismo, ricostruzione, INA Casa; ma c’è dell’altro, un filone esclusivo volto all’intimismo di (più o meno) piccole residenze private: appannaggio d’élite o ricercatezza del vernacolo? A volte l’uno, a volte l’altro. Rientrano sicuramente nella prima categoria i virtuosismi di Claudio Vender nella Casa Conti a Barlassina, in provincia di Como, una villa del ’59 che fa sfoggio di un sapiente uso del colore e di invenzioni formali avulse dal rigorismo del tempo, una personale declinazione del Movimento Moderno, che è un voto alla emancipazione della banalità.

Agli inizi del decennio successivo, una terra pressoché inesplorata quale era la Sardegna, portava in grembo indagini archetipiche sull’abitare, condotte da Marco Zanuso, con due Case gemelle per vacanza ad Arzachena (Sassari), da Vico Magistretti, con altre due case – Casa Arosio I e Casa Arosio II – sempre ad Arzachena, e da Cini Boeri con Casa Rotonda e Casa Bunker nell’isola de La Maddalena. Tutti e tre i progetti miscelano insieme mediterraneità ancestrale e sperimentalismo modernista – in differenti percentuali – in un impasto senza grumi che è morbido nella durezza della pietra, che qualifica il paesaggio senza snaturarlo, che si adagia rispettosamente nel territorio selvaggio per farselo amico, che si riallaccia alla storia per investirla di un nuovo linguaggio espressivo.

Se Zanuso propone qui il suo “marchio di fabbrica”, ossia un compluvium che è patio, vuoto e raccordo, l’interpretazione di quel “Regionalismo Critico” (come lo definì Frampton) manifestata da Magistretti pone invece l’accento su un elemento transitorio e connettivo, la loggia, che rifiuta la mimesi e s’impone fieramente come ars costruttiva. La figura femminile del gruppo, Cini Boeri, decodifica il tema di una topografia aspra e inospitale rispondendo con altrettanta severità, con due progetti-fortezza, seppur planimetricamente molto diversi tra loro. 

Non mancano, inoltre, interventi (realizzati e non) di altre personalità autorevoli del panorama architettonico del tempo, quali Carlo Mollino, Luigi Caccia Dominioni, Dante Bini.

Luogo e storia originano una dicotomia che ritorna negli anni subito successivi, precisamente nel 1972, con l’opera di Umberto Riva a Stintino, una casa progettata per integrarsi e radicarsi, pur nella sicura affermazione di sé.

Maurizio Aymonino, fratello del più famoso Carlo, nel ’66 interviene nel consolidamento della villa di Alberto Moravia sulla foce del fiume Arrone a Fregene (comune di Fiumicino), una sorta di palafitta sull’acqua che si prestava egregiamente ad essere il pensatoio dello scrittore romano, un manufatto nudo e liscio, sintesi stoica dell’architettura bianca degli anni ’20-’30.

Con un volo pindarico nei coloratissimi anni ’90, Sottsass Associati ci regala un meraviglioso giocattolo nell’hinterland empolese: la Cei House a Villanuova, un parallelepipedo condito di forme primarie e di contemporanee influenze giapponesi, una casa unifamiliare dal tetto rosso fuoco che si risolve tutta in se stessa, con pareti-cesoie che separano senza indulgenza l’interno dall’esterno, che non svirgolano peccaminose estrusioni e concedono soltanto il leggero volume di una tettoia sul retro. La particolarità risiede indubbiamente nella copertura, risolta in una tridimensionalità senza precedenti: un prisma massiccio che sovrasta la fascia vuota data dal terrazzo, apparendo come sospeso tra il cielo e il solido sottostante.A ereditare la stravaganza di Ettore Sottsass, circa dieci anni dopo, nel vicino 2002, sarà Mario Bottinelli Montandon con la Casa Cielo a Bolognano (Pescara). Lui, però, è un artista, e il suo intento non è tanto progettuale quanto creativo: smascherare la quotidianità di un borgo antico, scardinare l’anonimato, rintracciare la meravigliosa eccentricità del normale.

Il Novecento intimo è solo una delle tante facce di una medaglia fluttuante nella quinta dimensione, che dunque di facce ne ha molteplici. Quando parliamo di architettura residenziale, domestica, familiare, pensiamo al disegno infantile di un quadrato sormontato da un tetto spiovente. È quello a cui pensavano anche gli architetti che progettarono le abitazioni enumerate finora, al principio della loro ricerca.
Questo perché la casa è il luogo per eccellenza, l’utero materno, la domus dell’umanità, l’incipit del fare architettonico. 
L’edificio in cui sono state girate molte scene de Il postino, tratto dal libro Il postino di Neruda di Antonio Skármeta, è una rustica abitazione sull’isola di Salina nell’arcipelago delle Eolie, definita da Troisi come “il simbolo della poesia” e fa rinascere nelle sue forme e nei suoi materiali il folclore di un modus vivendi antico, genuino, fanciullesco; il personaggio Mario – l’ultimo interpretato nella carriera dell’attore napoletano – sostiene che “la poesia non è di chi la scrive, ma di chi… gli serve”. Scongiurando la commercializzazione visuale che investe l’architettura di oggi, l’Italia ci consente ancora un placido recupero di remote e obliate intimità familiari, rendendoci partecipi e non intrusi, perché l’architettura indugia sempre, contemporaneamente, nei luoghi dell’anima di chi la pensa e di chi la vive. 

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