L’uomo moderno: animale social(e)?

A cura di Monica Smaldone

Nella sua “Politica” il filosofo greco Aristotele (IV secolo A.C.) definì l’uomo come animale sociale, riferendosi alla sua tendenza ad aggregarsi con altri individui e a costituirsi in società. La socialità, però, è realmente un istinto primario? O, piuttosto, è il risultato di altre esigenze?

Molti studiosi considerano la socializzazione un mezzo per soddisfare bisogni. Secondo questa teoria non si nascerebbe già con il desiderio di socializzare, ma si imparerebbe ad essere sociali: il bambino scopre molto presto i vantaggi di stare insieme agli altri e desidera associarsi ad essi per soddisfare necessità essenzialmente egoisticihe, poichè senza l’aiuto dei nostri simili saremmo in grado di fare ben poco, probabilmente nemmeno sopravvivere. In quest’ottica l’appartenenza ad un gruppo richiede sacrificio, poiché si deve essere disposti a porre gli interessi collettivi al di sopra degli interessi dei singoli. Se gli individui si riuniscono con l’intento di perseguire ciascuno esclusivamente i propri interessi, naturalmente, non si può parlare di gruppo sociale e di sentimenti sociali.

Molto interessante ed attuale è il punto di visto del filosofo e sociologo tedesco Georg Simmel, che attua un’analisi innovativa dell’uomo contemporaneo inserito in un contesto metropolitano. Da un estratto del saggio breve “Metropoli e personalità”:

“Il maggior problema della vita moderna deriva dall’esigenza da parte dell’individuo di mantenere l’autonomia e l’individualità della propria esistenza contro il sistema opprimente delle forze sociali, delle tradizioni storiche, della cultura esterna, e dell’aspetto tecnologico dell’esistenza”.

Ne “La metropoli e la vita dello spirito” Simmel parla, inoltre, di “uomo blasé”, scrivendo:
“La base psicologica su cui si erge il tipo delle individualità metropolitane è l’intensificazione della vita nervosa, che è prodotta dal rapido e ininterrotto avvicendarsi di impressioni esteriori e interiori”.

E ancora…

“[…] forse non esiste alcun fenomeno psichico così irriducibilmente riservato alla metropoli come l’essere blasé”: “questo carattere è conseguenza di quella rapida successione e di quella fitta concentrazione di stimoli nervosi contraddittori”.

Da qui possiamo fare molte considerazioni spostando l’attenzione dalla metropoli simmeliana all’utilizzo di Internet, e in particolare dello smartphone. Questo strumento, molto spesso, allontana le persone dal proprio vicino, avvicinandole virtualmente ad altre invece fisicamente molto distanti. Esso, come anche altri mezzi tecnologici, bombarda di sollecitazioni il cervello di chi li usa, rendendo fruibile una complessa rete di interazioni. Si considera solo il telefono, finendo per perdere di vista tutto il resto: si tratta di un banale esempio di blasé più di cento anni dopo la sua categorizzazione.

L’atteggiamento blasé

Caratteristica tipica dell’ambiente metropolitano è quella dell’atteggiamento blasé: l’individuo ostenta indifferenza e scetticismo, rispondendo in maniera smorzata a un forte stimolo esterno a causa di una precedente sovrastimolazione, o meglio in conseguenza di stimolazioni nervose in rapido movimento, strettamente susseguentesi e fortemente discordanti. La più immediata causa all’origine di questo atteggiamento è la sovrastimolazione sensoriale offerta dalla città. Il cittadino sottoposto a continui stimoli in qualche modo si abitua, diviene meno recettivo, e il susseguirsi quotidiano di notizie ed emozioni fa divenire tutto normale, consuma le energie.

La domanda, a questo punto, sorge spontanea: possiamo considerare ancora l’uomo un animale sociale, o è meglio parlare di “animale social”?

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