Iraq: 17 anni dall’invasione

A cura di Gigi Olita

Ieri, 20 marzo 2020, ricorreva l’anniversario dell’invasione dell’Iraq da parte dell’occidente. Sono 17 anni che il paese mediorientale, culla della civiltà, non prende pace dilaniato prima dai bombardamenti della coalizione occidentale, e poi dall’avvento del terrorismo, con l’ascesa di Al Qaeda in Iraq, trasformatosi in seguito nello Stato Islamico dell’Iraq e della Siria.

Photo by Levi Clancy

I rapporti tra gli Stati Uniti d’America e l’Iraq durante la guerra fredda furono sostanzialmente buoni, per le grosse riserve di petrolio possedute dal paese. I primi cambiamenti si ebbero quando Saddam Hussein prese il potere durante gli anni 70, decidendo di allontanarsi dall’asse occidentale per avvicinarsi al blocco sovietico, grazie al quale iniziava ad ottenere rifornimenti di armi ed aerei. 

Photo by Thomas Ashlock

I conflitti che sostanzialmente cambiarono del tutto, o meglio stravolsero i rapporti tra l’occidente e l’Iraq di Saddam Hussein, furono la guerra Iran-Iraq, combattuta per 8 anni dal 1980 al 1988, e la prima guerra del golfo che venne combattuta dal 2 agosto 1990 al 28 febbraio 1991. Il primo conflitto menzionato, cioè quello combattuto contro la Repubblica Islamica dell’Iran scoppiò per la disputa del confine dello Shatt al Arab, ed anche perché l’Iraq a quei tempi poteva contare una buona preparazione militare all’interno dello scacchiere mediorientale. Durante gli 8 anni di conflitto, gli USA, rifornivano attraverso canali alleati, come Israele o la Germania ovest, sia l’Iraq che l’Iran con armi e mezzi militari, con lo scopo di indebolire la prima, ed allo stesso tempo distruggere la seconda, ormai persa come baluardo dopo la rivoluzione del 1979 di Khomeini. Alla fine del conflitto, però, i rapporti tra USA ed Iraq peggiorarono, soprattutto per la forte ostilità del secondo nei confronti di Israele.

Photo by Md Mahdi

La prima guerra del Golfo invece, cambiò radicalmente il rapporto tra le due nazioni; infatti il casus belli del conflitto fu l’invasione da parte di Saddam Hussein del del Kuwait. Durante l’estate del 1990 la situazione si fece sempre più calda poiché l’esercito iracheno si stava ammassando lungo i confini con il piccolo emirato. Saddam Hussein sosteneva che il piccolo emirato fosse la dodicesima provincia dell’Iraq, e veniva accusato sia di rubare il petrolio iracheno, sia di voler dissanguare l’Iraq con il pagamento di ingenti somme per i debiti di guerra. La concentrazione delle truppe lungo il confine non destò molto scalpore agli occhi dell’opinione pubblica internazionale, così il 2 agosto del 1990 l’esercito di Saddam Hussein varcò il confine con il Kuwait. Si cercò di attivare la diplomazia internazionale con lo scopo di persuadere Saddam ad abbandonare il piccolo emirato, dove erano presenti anche piccoli pozzi petroliferi appartenenti a compagnie occidentali, ma ci fu un netto rifiuto. La risposta americana fu decisa, ed il 2 agosto 1990 partì subito l’attacco per scacciare l’esercito irakeno dal Kuwait, con una delle operazioni militari più importanti della storia, la Desert Storm. 

Dalla fine della prima guerra del Golfo all’invasione del 2003, l’Iraq venne sempre bersagliato da missili dell’aviazione e la flotta americana, proprio per tenere, in questo modo, a bada il regime baathista di Saddam con lo scopo di evitare altri avvenimenti simili. Frequenti erano anche i controlli degli ispettori delle Nazioni Unite per accertarsi che non venissero fabbricate armi di distruzione di massa; ma queste ultime dal 1991 alla fine del 2002 non vennero mai trovate.

Photo by Library of Congress

L’avvento della presidenza Bush cambiò ulteriormente i rapporti tra gli stati, infatti se inizialmente la strategia della nuova amministrazione era quella di non rendere gli USA i veri poliziotti del mondo, le cose cambiarono con l’attentato al World Trade Center, l’11 settembre del 2001. La strategia della presidenza cambiò completamente, con l’inizio della guerra al terrore, promossa in particolare dal alti esponenti del mondo conservatore americano come Dick Cheney, Paul Wolfowitz e Donald Rumsfeld, entrati poi a far parte dell’amministrazione Bush; e cosa rilevante fu anche la lista dei così detti stati canaglia, di cui facevano parte la Corea del nord, la Siria, la Libia, l’Iran e l’Iraq. 

Dopo l’invasione dell’Afghanistan il 7 ottobre 2001, dove il regime dei talebani, armati ed addestrati anni prima proprio dagli USA per combattere l’URSS, dava rifugio ad Osama Bin Laden ed al gruppo di Al Qaeda accusato dal governo di Washington di aver compiuto l’attentato alle Twin Towers, nel 2002 si parlava già di Iraq.

Photo by mostafa meraji
Photo by Fabien Maurin

Secondo le fonti dell’intelligence americana e soprattutto britannica, il regime di Saddam Hussein era accusato della fabbricazione di armi di distruzione di massa, mai trovate dai funzionari dell’ONU e di concedere riparo a gruppi di jihadisti, che come di vedrà in seguito, si riverseranno nel paese mediorientale dopo l’invasione americana e con la caduta del Rais. Il piano di invasione del paese era, perciò, sul tavolo del pentagono e della casa bianca sin dal 2002, con una parte dello stato maggiore contrario ad un attacco proprio per la mancanza di prove sufficienti per accusare il regime. Una delle figure di spicco contrarie all’invasione fu Colin Powell, segretario di stato e generale pluridecorato a quattro stelle, ex capo di stato maggiore durante la presidenza di Bush senior e fautore della cacciata di Saddam Hussein dal Kuwait nel 1991. I falchi dell’amministrazione capeggiati dal vice presidente Cheney, mente strategica dell’operazione Iraqi Freedom, furono i primi oppositori delle tesi di Powell. 

Alle prime luci dell’alba del 20 marzo 2003, l’Iraq di Saddam Hussein veniva invaso dalla coalizione dei volenterosi, promossa e capeggiata dagli Stati Uniti d’America. La Gran Bretagna, con il primo ministro Tony Blair, fu il primo paese a rispondere alla chiamata alle armi del presidente George W. Bush, al quale seguirono la Polonia, l’Australia e la Nuova Zelanda.  

Photo by Jeff Kingma

I primi bombardamenti iniziarono il 19 marzo del 2003, ma l’invasione vera e propria scattò il giorno successivo. I combattimenti tra le forze americane e della coalizione con l’esercito irakeno durarono quasi due mesi, e la conquista del paese si ebbe alla fine di aprile. Il 1 maggio 2003 il presidente George W. Bush atterrò sulla portaerei Abraham Lincoln per annunciare la fine delle operazioni militari, con la celebre frase  MISSION ACCOMPLISHED

Durante, ma in special modo dopo l’invasione, sono da sottolineare i casi di tortura commessi dalle truppe americane nel paese, con un largo uso del water boarding, l’uso dei cani per spaventare i detenuti e soprattutto l’uso dell’elettroshock. La prigione di Abu Ghraib fu sicuramente il luogo dove, per la maggior parte, vennero compiute queste torture, con numerose denunce, in seguito, degli alti esponenti dell’amministrazione Bush, in particolar modo il segretario alla difesa Donald Rumsfeld. 

Photo by mostafa meraji
Photo by mostafa meraji

L’Italia, con il presidente del consiglio Silvio Berlusconi, cercò di mediare fino alla fine con lo scopo di persuadere il presidente americano a ritirare l’attacco, ma fu inutile. La nostra nazione venne ugualmente coinvolta nel conflitto mediorientale, seguendo il volere dell’alleato americano, ma venne intrapresa dal governo di Roma la missione di peace keeping Antica Babilonia, inviando contingenti militari nella zona di Talit, ed un contingente di carabinieri specializzati in missioni all’estero, l’unità specializzata multinazionale, a Nassiriya. La missione intrapresa dai carabinieri fu segnata dall’immane tragedia dell’attentato alla base maestrale di Nassiriya, il 12 novembre 2003, dove persero la vita 19 nostri compatrioti, a causa di un camion cisterna pieno di tritolo.

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