Il mio viaggio in Palestina: Hebron

A cura di Irene De Angelis

Questa città è un paradosso già dal nome. Gli arabi la chiamano Al Khalil che vuol dire “amico” (inteso come “amico di Allah”), ma di amicizia in questo posto, non c’è proprio nulla. Si trova in Cis-Giordania, a circa 30 km a sud di Gerusalemme. 

Hebron è una città fondamentale per tutte e tre le religioni monoteiste in quanto, secondo la Bibbia, sarebbe il luogo di sepoltura di Abramo. Per i musulmani viene dopo La Mecca, Medina e la Moschea al-Aqsa di Gerusalemme. Per gli ebrei è secondo solo al Muro del Pianto.

Photo by Jakob Rubner

È stato proprio questo il pretesto per tutto cio’ che è successo nel corso degli anni…

Ma partiamo dall’inizio. Guerra dei sei giorni. 1967.  Israele conquista tutto. La penisola del Sinai e la Striscia di Gaza all’Egitto, la Cis-Giordania e Gerusalemme Est alla Giordania e le alture del Golan alla Siria. Durante questo periodo di occupazione della Cis-Giordania, un piccolo gruppo di ebrei ortodossi prenotarono due camere dell’Al-Naher Al-Khaled Hotel in una delle strade principali di Hebron per due notti , ma da lì non andarono più via. E fu così che, guidati dal rabbino Moshe Levinger (che il primo ministro Benjamin Netanyahu ha definito come “Un eccezionale esempio di una generazione che ha cercato di realizzare il sogno sionista, nelle opere e nello spirito, dopo la guerra dei sei giorni“.), fondarono l’insediamento di Kiryat Arba (“la città dei quattro”) occupando una base militare abbandonata.

Nel corso degli anni, l’enclave israeliana continuò man mano ad espandersi fino a diventare una vera e propria comunità autosufficiente che oggi conta 10 mila abitanti ed è considerato anche uno dei principali e più controversi insediamenti israeliani in Cis-Giordania, dato che viola a tutti gli effetti la Quarta Convenzione di Ginevra sul trasferimento di popolazione civile di una potenza occupante in un territorio occupato. Percorrendo A-Shuhada Street, strada completamente chiusa ai palestinesi per “proteggere” i coloni, ci si trova di fronte a scritte e disegni che giustificano la presenza ebraica in quel luogo o davanti a targhe commemorative di persone uccise durante l’Intifada, o in agguati estemporanei. La riscrittura della storia, d’altra parte, è un pezzo importantissimo dell’autolegittimazione di Israele e soprattutto della sua politica di occupazione e colonizzazione dei territori. L’hanno ribattezzata la via dell’Apartheid

Gli ebrei che vivono in questa zona sono estremamente fanatisti perché convinti che Hebron, luogo dove Davide venne incoronato re d’Israele, sia la loro casa di diritto. Non a caso, Baruch Goldstein, ebreo ortodosso di Brooklyn, autore della strage del 25 febbraio 1994 (che causò la morte di 29 musulmani palestinesi e il ferimento di altri 125) faceva parte proprio della comunità di coloni che risiedeva ad Hebron. Oggi, la tomba di Goldstein, è diventata un luogo di pellegrinaggio per gli estremisti ebrei. 

Perché è stato tutto così rilevante?

Perché è accaduto all’indomani della firma degli accordi di Oslo del 13 Settembre 1993, nei quali Arafat e Rabin stabiliscono il mutuo riconoscimento di Israele e Olp (Organizzazione per la liberazione della Palestina), oltre che il ritiro israeliano da Gaza e Jericho.
Un’azione, dunque, allo scopo di minare un processo di pace, pienamente riuscita. Il braccio armato di Hamās risponde con due attacchi che inaugurano la loro strategia suicida. Israele risponde intensificando i controlli, le incursioni, la difesa dei confini. Le tensioni susseguenti hanno convinto lo stato ebraico e l’Autorità Palestinese a firmare il Protocollo di Hebron, con il quale la città venne divisa in due settori: Hebron 2 (circa il 20%), sotto controllo dell’esercito israeliano, e Hebron 1, affidata al controllo dell’AP. Di fatto, la città sacra è l’unica di tutta la West Bank con una colonia al suo interno. 

I sepolcri dei patriarchi sono tenuti divisi da dei pannelli di vetro antiproiettile, in modo da poter essere guardati, sfiorati e venerati direttamente da tutte e due le comunità. Ogni tanto, ci si ritrova la strada sbarrata dal muro e dal filo spinato. Un muro che, a differenza del resto della Cisgiordania, non circonda la città, ma sorge tra due case, o tra altri due palazzi, volto a isolare la parte della città dove abitano i due gruppi.

Poi c’è il mercato, sovrastato da colonie o dai container che fanno da punti d’osservazione per l’esercito israeliano. Quando questi ultimi hanno cominciato a buttare qualsiasi genere di cose, (sassi, immondizia, animali…), i palestinesi sono riusciti ad ottenere una rete metallica di protezione che però non basta a proteggerli dai liquidi che continuano ad essere versati con lo scopo di rendere la vita impossibile ai palestinesi persuadendoli ad abbandonare la città vecchia, cosa che molti hanno già fatto. Altri, invece, rifiutano l’idea di una nuova Nakbah (“catastrofe”), come quella che tra il 1947 e il 1949 ha costretto 750mila palestinesi ad abbandonare le proprie terre per rifugiarsi in Siria, Giordania, Libano e Gaza.

Al-Shuhada street appare come una distesa abbandonata di portoni chiusi, muri anneriti, bandiere israeliane che sventolano dalle finestre dei piani superiori. Il cuore dell’area urbana, asimmetricamente suddiviso fra le comunità arabe ed israeliane, è tagliato dalle cancellate dei checkpoint: in alto le torrette dei militari israeliani, intorno a cui si distendono corridoi di lamiera attraversati dagli abitanti che si muovono fra i diversi quartieri del centro. 

Quando entri in H2, la zona in cui sorgono le colonie, le case con quei pochi palestinesi che ancora hanno avuto il coraggio di restare, le noti subito. Sono quelle con le grate alle finestre, posizionate per paura che qualcosa venga lanciato dai coloni ebrei; gli scontri sono frequenti e si ripercuotono soprattutto sui bambini che sono costretti ad assistere a scene aggressive e violente.
Dall’altro lato, le stesse guardie che spesso sono giovanissime, non capiscono come comportarsi perché la situazione è così assurda e complicata da essere di difficile comprensione anche per le nuove pattuglie dell’esercito che vengono mandate ad Hebron.

Proprio per la situazione così ardua per le guardie stesse, nel 2004 da ex soldati in servizio ad Hebron è nata “BREAKING THE SILENCE” un’organizzazione non governativa che si occupa di raccogliere le testimonianze delle truppe che servono nei territori occupati palestinesi per sensibilizzare il pubblico israeliano sulle condizioni di quelle aree. 

Una volta un amico mi disse: “Quando vai ad Hebron, anche se non conosci bene la situazione, capisci da che parte stare.”
Io, che la conoscevo già bene la situazione e sapevo già da che parte stare, non so spiegarvi precisamente a parole quello che ho provato in quel momento. È stato come se qualcuno venisse e strappasse via tutte le speranze e l’ottimismo che una persona positiva come me ripone in questo mondo. Mi sono trovata davanti altre situazioni complicate, ma mai mi è capitato di sentirmi così impotente. Una situazione di ingiustizia e  di umiliazioni quotidiane così palesi e plateali che ti azzitiscono e ti fanno pensare solamente a come sia possibile che di fronte ad una situazione orwelliana del genere il mondo possa voltarsi dall’altra parte. 

Non lo so.

“Questa terra resterà. Non è questione di chi la governerà, tanto governare la terra è un’illusione. Nessuno governerà la terra, visto e considerato che ognuno finirà per esserci sepolto. La terra domina tutti e li riporta a sé.”
Elias Khuri; la Porta del Sole

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