Il mio viaggio in Palestina: Betlemme

A cura di Irene De Angelis

Betlemme. In arabo “Bayt Laḥm” che vuol dire “casa della carne”. E’ la capitale del Governatorato omonimo nella giurisdizione dell’Autorità Nazionale Palestinese.

In omaggio alla tradizione evangelica che vuole Gesù nato a Betlemme, vi sorge la paleocristiana basilica della Natività, grazie alla quale, si è fortemente sviluppato il settore del turismo che rappresenta l’elemento trainante dell’economia.

Se però penso a Betlemme la prima cosa che mi viene in mente, non è sicuramente la basilica, ma qualcos’altro: il muro.

Dal 2002 Israele ha cominciato a costruire una barriera di separazione in Cisgiordania. Dei 764 km di muro pianificati, ne sono stati costruiti 570. Alto 13 metri, il muro parte dal nord della città palestinese di Tulkarem, scendendo poi verso i quartieri palestinesi di Gerusalemme fino a sud di Betlemme. Il muro dovrebbe (ma non lo fa) seguire la linea di separazione tra Israele e Cisgiordania, chiamata Linea Verde, che segna le frontiere precedenti alla guerra dei sei giorni del 1967.

Provo a spiegarvi un pochino come funziona il tutto e l’impatto che questo muro ha sulla vita dei palestinesi.

Il Governatorato di Betlemme si estende su circa 660 km2. Dopo quattro decenni di occupazione israeliana solo il 13% del territorio rimane a disposizione dei Palestinesi, in gran parte in modo frammentato.

 Le possibilità di accesso a Gerusalemme Est, a causa dei provvedimenti israeliani, si sono fortemente ridotte. Tali provvedimenti includono la continua espansione degli insediamenti e degli outposts, la costruzione del Muro e la classificazione della maggioranza dei territori del Governatorato di Betlemme come Area C, aree nelle quali Israele mantiene il controllo sulla sicurezza e la giurisdizione sulla pianificazione urbana e le costruzioni. Le restrizioni fisiche e amministrative fanno sì che la maggior parte del territorio di Betlemme sia requisito per uso militare israeliano e per l’uso dei coloni degli insediamenti, riducendo così lo spazio a disposizione degli abitanti palestinesi di Betlemme.  Oggi ci sono circa 86.000 israeliani che vivono nei 19 insediamenti nel Governatorato di Betlemme e nei 16 outposts. La popolazione palestinese è di circa 175.000 persone. 

Dal 1993, quando fu imposta su tutta la Cisgiordania una generalizzata chiusura e blocco della circolazione, ai residenti di Betlemme è fatto obbligo di possedere permessi israeliani per entrare a Gerusalemme Est e in Israele. Questi permessi hanno validità limitata e non permettono il transito a veicoli. A partire dalla seconda Intifada nel 2000 la procedura di concessione di tali permessi è diventata ancora più restrittiva.

Il checkpoint 300 (o di Gilo) è il principale punto di accesso per i Palestinesi che vogliono entrare a Gerusalemme Est e in Israele da sud. E’ uno dei 4 checkpoint da cui possono passare i Palestinesi della Cisgiordania con permessi rilasciati dalle autorità israeliane per entrare a Gerusalemme a piedi. I Palestinesi della Cisgiordania entrano a Gerusalemme Est per lavorare, per accedere ai servizi sanitari o alla scuole, per visitare parenti o per motivi di culto, ma in tutti questi casi hanno comunque bisogno di un lasciapassare

Nonostante l’esistenza di diverse strutture sanitarie a Betlemme, alcune forme specializzate di assistenza medica si trovano solo a Gerusalemme, come la cardiochirurgia e la neurochirurgia, ma anche le strutture oncologiche, le cliniche oculistiche, ecc. I pazienti possono richiedere un permesso se in possesso di un appuntamento in una struttura specializzata: a volte questi permessi sono validi esclusivamente per la giornata della visita o dell’intervento.

Per quanto riguarda l’accesso ai luoghi di culto musulmani e cristiani, esso è limitato durante tutto l’anno. Dalla seconda Intifada le autorità israeliane hanno anche imposto dei limiti di età per chi intende pregare nella Moschea di Al Aqsa a Gerusalemme nei venerdì durante il Ramadan. Nel 2008 solo uomini con età superiore a 50 anni e donne con più di 45 anni potevano entrare a Gerusalemme senza avere un permesso rilasciato dalle autorità israeliane. Ai Palestinesi che non rientravano nella categoria veniva negato il permesso.

Ogni mattina circa 600 Palestinesi della Cisgiordania fanno la coda davanti al checkpoint di Gilo già prima dell’apertura ufficiale alle ore 5:00. Alcuni arrivano già alle 2:00 di notte per essere sicuri di attraversare il checkpoint e non far tardi al lavoro.

Nonostante molti street artist – da Banksy a Jorit- l’hanno cercato di rendere meno triste con i loro graffiti, non è facile trovare delle parole che possano descrivere il tuo stato d’animo quando ti trovi di fronte a quest ammasso di cemento. E’ umiliante, è degradante, è svilente per l’essere umano.

E’ stato in quell’istante, prima che questo virus ci recludesse tutti in casa, che ho capito cosa significa essere prigionieri e, proprio nella Holy Land, mi sono iniziata a porre delle domande.  

A Betlemme ci sono 3 dei 58 campi profughi palestinesi sparsi tra Libano, Giordania, Siria e Territori palestinesi: Aida, Deisheh e Al-Azzah. Noi abbiamo visitato i primi due. 

Aida è forse uno dei più noti per l’alto tasso di vulnerabilità dei suoi 5,498 residenti registrati. Infatti, due importanti colonie israeliane – Har Homa e Gilo, illegali in termini di diritto internazionale – si affacciano prepotentemente al di là del muro, una presenza costante che i rifugiati considerano un affronto ai propri diritti.

I residenti dell’Aida hanno scelto una grande chiave come simbolo del campo – adesso anche emblema generale del diritto di ritorno – per ricordare quotidianamente a loro stessi e alle future generazioni che un giorno ritorneranno. Formando un gruppo a sé stante di rifugiati, tanto da avere una propria agenzia Onu (UNRWA), dislocati internamente da un conflitto lungo decenni che non crea più un’effettiva emergenza, molti tendono a dimenticare che i palestinesi sono uno dei gruppi rifugiati più numeroso al mondo.

Il campo è stato fondato nel 1950, dopo che più di 500 case in 35 villaggi diversi nell’area che va da Gerusalemme ad Hebron sono state distrutte e i terreni consegnati agli israeliani.

All’inizio i residenti di Aida erano poco più di 1000 e vivevano in tende durante i primi sette anni della fondazione del campo. Hamdan, la nostra guida, ci racconta che una volta costruite le prime vere case in cemento, quando ormai si era capito che non si sarebbe trattato di una soluzione temporanea, fino a 7 persone venivano ospitate in stanze di 3mx3. Molti di loro cominciarono a distruggere le stanze, in segno di ribellione e disperazione per le condizioni precarie e insostenibili. “Da allora le condizioni sono sempre peggiorate: la popolazione è aumentata e, dopo la costruzione del muro, gli spazi si sono ridotti. L’acqua arriva a mancare anche per 2-3 settimane di fila, fino a un massimo di 72 giorni come un paio d’anni fa” ci dice Hamdan il quale ci fa vedere anche le differenti dimensioni dei tubi che trasportano l’acqua alle case palestinesi e quelli che la trasportano alle case israeliane.

Radicata nella memoria dell’Olocausto, nel conflitto prolungato con il mondo arabo e con i Palestinesi, la paura degli Israeliani è sfruttata dal loro governo per ridisegnare i confini di fatto dello Stato di Israele. Manipolando il passato degli ebrei come minoranza perseguitata, ogni critica politica dall’estero viene denunciata come un’aggressione tendenzialmente nemica, se non antisemita. Così si crea un circolo vizioso entro una visione di vittime contro un mondo eternamente ostile, di pochi e giusti contro i molti e cattivi. Ma questa visione, chiusa su se stessa, che ignora le convenzioni internazionali e allo stesso tempo vede una minaccia in ogni critica, non è proprio essa il vero ghetto che lo Stato di Israele sta costruendo intorno a sé stesso? L’Europa potrebbe smantellare questo muro mentale creato fra la società israeliana e il resto del mondo?

Come afferma un vecchio proverbio palestinese tutt’oggi attuale: “nessun diritto che qualcuno continuerà a rivendicare andrà mai realmente perduto”. È necessario, dunque, domandarsi che cosa stiamo facendo per evitare che un nuovo tragico capitolo della Nakba sia realizzato da coloro che passano, notte e giorno, a pianificare per realizzare un’ulteriore tappa di quella che Pappe ha denunciato, attraverso una ricchissima documentazione, come la pulizia etnica della Palestina

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