Il mio viaggio in Palestina: Ramallah e Nablus

A cura di Irene De Angelis

Ramallah è la capitale “de facto” della Palestina. Noi l’abbiamo raggiunta in auto, e quei 20 km da Gerusalemme sono stati qualcosa di sconvolgente. Sconvolgente perché durante tutto il tragitto sbucavano in ogni angolo colonie israeliane su quelle che sarebbero dovute essere terre palestinesi. Si presentano come una specie di villette a schiera, quasi non te ne accorgi, se non fosse per il filo spinato intorno e le torrette di guardia dei militari. O se non fosse per il tuo telefono, che avendo all’interno la scheda israeliana, comincia a riprendere la linea appena sei in prossimità delle colonie. Spessissimo.

Cerco di chiarire un po’ la situazione.

All’interno della Cisgiordania, le zone sotto il controllo israeliano, dopo gli accordi di Oslo del 1993, sono state chiamate zone «C» . Quelle sotto amministrazione e sicurezza dell’Autorità Palestinese, segnalate da immensi cartelli rossi che vietano l’ingresso agli israeliani, sono invece chiamate zone «A» . In «B»  l’amministrazione civile è sempre palestinese, ma il controllo e la sicurezza sono israeliani.

Il fatto è che la maggior parte del territorio della West Bank si trova nel settore «C» e questo aspetto rende i settori «A» e «B» delle isole senza alcun ponte di contatto diretto tra di loro, ma soltanto insediamenti dei coloni israeliani che fanno da cuscinetto. Vent’anni fa i coloni israeliani erano 100 mila, oggi circa mezzo milione di ebrei vivono in 132 insediamenti riconosciuti ufficialmente e in 121 avamposti non ufficiali che hanno richiesto l’approvazione del governo di Israele, senza averla ancora ottenuta. In particolar modo, da quando il presidente americano Donald Trump è alla Casa Bianca si sono quadruplicati.

 I coloni, che rappresentano circa il 15 % della popolazione totale della Cisgiordania, vivono in comunità separate dai circa tre milioni di palestinesi che risiedono nella zona.

Dopo quest’ “interessante” tragitto andiamo a fare un giro alla Birzeit University a pochi km a nord di Ramallah.  Dopo quei giorni estenuanti, quel posto è stato una “botta di vita” per noi. Vedere giovani palestinesi in quell’ambiente così stimolante ed energico è stata una luce in quella disperazione che ci attanagliava da giorni.

Come ci diceva il nostro amico Roberto “Se Tel Aviv è la grande “bolla” degli israeliani Ramallah è una bolla per i palestinesi”.

Una città prevalentemente commerciale dove c’è una vita più aperta e spensierata che non trovi nelle altre città della CisGiordania. E’ anche il cuore politico della Palestina, come si può notare dalle bandiere appese ovunque. Sede dell’Autorità Palestinese, del Parlamento e dei ministeri, ad eccezione del museo di Arafat, non c’è granchè da vedere, eppure la sua modernità e la sua convivenza pacifica (per il momento) sembrano in grado di tenere lontano, almeno qui, lo spettro di un conflitto sanguinoso e ancora vivo che da più di mezzo secolo oppone Israele e Territori Palestinesi. Ramallah rappresenta il laboratorio delle strategie e delle azioni politiche di chi resiste all’occupazione. Tuttavia, ultimamente dopo anni di tentativi falliti, i suoi abitanti, trincerati nella loro “oasi”, hanno finito per normalizzare il conflitto e abbassare la tensione. 

Con 1 ora di autobus, arriviamo a Nablus, la famosa città del knafah (dolce tipico palestinese) e dei saponi. Incastonata tra i panoramici monti di Gerizim ed Ebal ad una sessantina di chilometri a nord di Gerusalemme, con i suoi circa 300.000 abitanti, è una delle città più grandi della Palestina. Nablus è stata affidata all’autorità nazionale palestinese dal 1995, a seguito degli accordi di Oslo

Fondata dai romani sotto Vespasiano, conquistata dagli arabi e poi dai crociati, distrutta e risorta, è città che più mi ha fatto innamorare. Edifici antichi, mercati, moschee… eppure anche lì le condizioni di vita dei palestinesi vanno man mano peggiorando.

L’esempio più eclatante è quello delle fabbriche di saponi. 

Nablus è famosa per la produzione di saponi perché viene utilizzato l’olio d’oliva del quale i territori palestinesi sono (erano) molto ricchi. Le fabbriche di saponi erano 20, adesso ne sono rimaste solo 7 le quali lavorano con fatica. Si tratta sempre di un problema di occupazione: gli ulivi non sono più accessibili ai palestinesi (perché circondati da insediamenti illegali che qui si espandono insieme all’indifferenza complice della comunità internazionale) che si trovano costretti ad importare prodotti dall’estero perché meno costosi.

I contadini sono sottoposti, a dispendiose e labirintiche pratiche burocratiche per ottenere i permessi obbligatori per lavorare nei campi. Tra l’altro i permessi non sempre arrivano e, in ogni caso, non gli è concesso di accedere alla terra che coltivavano da generazioni se non due volte l’anno: qualche giorno in primavera, per una rapida potatura, e quando finalmente arriva il tempo della raccolta.

Alle porte della città la tensione persiste nel campo profughi di Balata, il più grande della CisGiordania, mentre i coloni israeliani, con 12 insediamenti e una trentina di avamposti illegali, circondano Nablus. Durante gli anni cupi e laceranti della seconda intifada – la rivolta che dal 2000 al 2005 provocò oltre 3000 morti palestinesi e 1000 israeliani – Nablus era culla di terrore e resistenza: produceva più kamikaze di qualsiasi altro luogo in Palestina, e fu posta sotto assedio dall’esercito israeliano.

Qui vorrei aprire una parentesi.

Anche per gli israeliani, vivere nel territorio della CisGiordania, sotto stretta, loro direbbero “protezione”, io lo chiamerei più “controllo” militare, non è semplice

E allora perché si spostano? 

In realtà, la percentuale dei fanatisti religiosi ebrei decisi a riconquistare l’antica patria, che secondo l’ebraismo sarebbe stata affidata da Dio al popolo eletto, è molto bassa. Questo perché la maggior parte dei coloni ebrei della CisGiordania vive in quei territori per ragioni economiche. Gli incentivi e gli investimenti del governo israeliano per spingere gli ebrei a trasferirsi in CisGiordania rendono il costo della vita nettamente inferiore rispetto a quello che si registra all’interno di Israele. Molti ebrei della CisGiordania infatti, sono laici.

Negli ultimi 25 anni Israele ha fatto tutto quello che era in suo potere per dimostrare le proprie ambizioni colonialiste, sfruttando nel modo più astuto il processo di negoziazione per strappare sempre più terre ai palestinesi e per smembrare ancora di più la loro collettività. Per contrastare questa politica sono stati usati tutti i mezzi possibili: manifestazioni individuali e di massa, post su Facebook e video, lancio di pietre, ordigni esplosivi e razzi da Gaza, appelli alle star della musica statunitense affinché non si esibissero in Israele, petizioni sui giornali, concerti di raccolta fondi e votazioni all’Onu.

Tutti questi mezzi hanno fallito. Lo stato israeliano va avanti per la sua strada. Il mondo gli permette di comportarsi come se fosse al di sopra della legge, mentre i palestinesi vengono vivisezionati per ogni parola e ogni slogan che pronunciano. 

Con la scusa della guerra (giusta) contro l’antisemitismo, l’Europa e gli Stati Uniti stanno mettendo a tacere chiunque osi criticare Israele. 

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