Gli Haredim

A cura di Irene De Angelis

Il termine haredi (haredim al plurale) include diverse sette di ebrei-ortodossi, quelli che interpretano la legge ebraica nel modo più rigido. Dal nome magari non vi viene in mente nulla, ma se vi mostrassi una foto tutti capireste immediatamente chi sono. Vestito nero, camicia bianca da cui pendono delle frange e cappelli alti a larghe tese da cui sbucano due riccioli ai lati (payot)

Avete capito adesso? 

Questi signori comprendono una diversità di orientamenti spirituali e culturali. 

Ci sono gli Ebrei sefarditi, discendenti da coloro che furono scacciati dalla penisola iberica alla fine del XV e che trovarono poi rifugio nelle terre del Nordafrica e del Medio Oriente e gli Ebrei ashkenaziti,  emigrati nei paesi dell’Europa settentrionale, centrale ed orientale, dai quali derivò la cultura yiddish e da cui ebbero origine le numerose comunità ebraiche di immigrati approdati negli Stati Uniti a partire dal XVIII secolo.

Proprio per questo, la società ebraica moderna si presenta estremamente composita: diffusa in ogni parte del pianeta e integrata nella cultura dei diversi Paesi è tuttavia unita da un forte senso d’identità e appartenenza, che in tutti i luoghi d’insediamento si manifesta nell’attenta preservazione della tradizione religiosa.

Ma focalizziamoci sugli Haredim che vivono a Gerusalemme che al momento, circa il 12% dei 9 milioni di cittadini israeliani. Anche nella città santa, essi vivono solitamente in quartieri segregati insieme ad altri haredim, e passano la vita a pregare e studiare i testi sacri: da ragazzini entrano in scuole religiose separate (yeshivah) che alcuni uomini continuano a frequentare anche una volta sposati, ricevendo in alcuni casi uno stipendio. 

L’ortodossia ebraica si riconosce nei libri della Torah (testo sacro donato a Mosè sul Monte Sinai) e del Talmud una redazione rivelatoria parallela, destinata alla trasmissione orale.

Ai testi rivelatori si affianca la Legge ebraica, nota come Halakhah, la quale costituisce una sorta di guida per tutto ciò che l’ebreo tradizionale fa, dal momento in cui si sveglia fino a quando va a dormire. Un altro elemento capitale dell’ortodossia è la santificazione del Sabato (Shabbat), giorno di festa e di preghiera, assolutamente escluso da qualsiasi genere di lavoro. 

La maggior parte degli uomini si dedica esclusivamente alla preghiera – secondo dati del 2015 del ministero delle Finanze israeliano lavorava solo il 45,7 % – e le loro famiglie, spesso molto numerose, sopravvivono grazie a donazioni di beneficenza o a sussidi statali. A volte sono le donne – che non sono tenute a studiare – a lavorare e a mantenere l’intera famiglia.

Le donne hasidiche seguono le regole del tzniud (“modestia”), la donna cioè non deve essere attraente in nessun modo, a cominciare dal vestiario. Composto infatti da gonne lunghe, maglie accollate e foulard o parrucche sopra i capelli (che solitamente vengono tagliati il giorno del matrimonio). La sessualità non esiste, o meglio, viene vista con l’unico scopo di procreare. 

La tradizione non permette matrimoni misti ma, qualora di fatto avvengano, i figli nati dall’unione si considerano appartenenti al popolo ebraico solo nel caso in cui la madre sia ebrea.

Anche l’alimentazione segue regole particolari

il cosidetto cibo Kosher che tutti abbiamo sentito nominare almeno una volta. Ma cosa s’intende per “Kosher”? La parola Kosher vuol dire ‘idoneo’: questo termine riguarda generalmente il cibo, ma “non è usato solo per l’alimentazione, kosher può essere qualunque cosa adatta al suo uso. Quindi nel caso dei pasti, si intendono quelli idonei. Secondo gli haredim, il momento del pasto ci ricorda che tutto quello che mangiamo e beviamo lo dobbiamo a Dio, per cui le benedizioni che recitiamo prima di mangiare non sono rivolte al cibo, ma a Dio. Sulla tavola a ogni pasto deve essere sempre presente il sale, simbolo dell’abbondanza, ma anche del rigore, perché brucia, e averlo sulla tavola ci ricorda che se ci sfamiamo, lo dobbiamo a Dio.

Le regole generali sono le seguenti:

  • Carne e latticini non possono essere consumati nello stesso pasto, né cucinati o lavorati insieme; per questo motivo, le famiglie possiedono in genere set di pentole e servizi di piatti diversi per i due tipi di alimenti.
  • Carne e pesce possono essere consumati nello stesso pasto, ma prima di passare dall’uno all’altro bisogna sciacquarsi la bocca con un po’ di vino.
  • Per cucinare cibo Kosher non si possono usare utensili utilizzati per cibo non Kosher.

Inoltre, Secondo la Kasherut, gli ebrei osservanti possono mangiare:

  • gli animali ruminanti che hanno lo zoccolo spaccato in due parti. La mucca, il vitello, la pecora, la capra sono ammessi; il coniglio, il maiale, il cammello o il cavallo sono vietati, così come i rettili e gli insetti.
  • i volatili da cortile, come le galline. Sono invece vietati i rapaci.
  • i pesci che hanno sia pinne che squame; sono vietati l’anguilla, i frutti di mare, il caviale, i crostacei, i pesci gatto, la coda di rospo e altri ancora.

Oltre a rispondere a requisiti fisici e fisiologici, gli animali destinati al consumo devono essere macellati secondo il rituale ebraico: dopo l’uccisione, l’animale deve essere attentamente esaminato per verificare che sia sano e non abbia difetti, che lo renderebbero impuro.

Infine, le indicazioni religiose non prevedono il consumo di cibi particolari in determinati momenti dell’anno o in occasione di feste, ad eccezione della Pesach, la Pasqua ebraica.
Durante gli otto giorni della Pesach è proibito mangiare cibi lievitati. Il precetto è dovuto al fatto che il lievito simboleggia un istinto violento, qualcosa che si gonfia ed esplode. Durante questo periodo, gli ebrei osservanti consumano soltanto matzah, pane non lievitato, basso e piatto, che è “il pane dell’umiltà”, del povero. 

matzah

A questo si aggiunge una certa riprovazione verso gli uomini che mangiano al ristorante e perdono tempo nei bar anziché dedicarlo alla preghiera: il classico ristorante haredi serve su miseri piatti di plastica cibo economico e casalingo.

Il quartiere haredi a Gerusalemme

A Gerusalemme siamo andati a visitare il loro quartiere, Mea Shearim, che è una delle zone meno turistiche della città.

Al suo ingresso, infatti, ci sono cartelli che invitano chiunque entri a vestirsi in modo adeguato, (quindi più siete coperti, meglio è) e a non entrare nel quartiere in gruppi numerosi. Alle coppie è vietato di passeggiare mano nella mano ed è meglio non porre in vista strumenti “tecnologici” come cellulari o macchine fotografiche. I giornali (come tv e qualsiasi mezzo propagandistico) sono vietati e gli unici che possono essere letti, sono appesi ai muri del quartiere.
Visitare questo quartiere, è stata una delle parti più interessanti del viaggio, soprattutto perché ho scoperto quanto gli ebrei ortodossi siano in realtà convinti antisionisti, tanto da esserci all’interno del quartiere addirittura bandiere palestinesi disegnate sui muri (cosa che non ho potuto fotografare, naturalmente). Infatti, secondo gli haredim l’ideologia sionista costituisce una trasformazione dell’ebraismo da religione e spiritualità a nazionalismo e materialismo e si è macchiato di gravi colpe nel trattamento del popolo palestinese. Loro credono che la creazione di uno stato in Palestina neghi la natura Divina della punizione dell’esilio del popolo ebraico e cerchi di porre rimedio a una condizione spirituale con mezzi materiali.
In un’intervista che ho letto su Neturei Karta International – Ebrei uniti contro il sionismo- essi riportavano ciò: Nessun Ebreo fedele alla propria religione ha mai creduto, nei 1900 anni di esilio del nostro popolo, di doversi riprendere la Terra con un’azione militare. Tutti hanno creduto invece che, alla fine dei tempi, quando il Creatore deciderà di redimere l’umanità intera, allora tutti i popoli si uniranno per adorarlo. Sarà quello un periodo di fratellanza universale, che avrà il suo centro spirituale nella Terra Santa. Fino a quel momento il popolo ebraico ha un particolare compito durante l’esilio”.
D’altro canto, loro sono invece una comunità mal sopportata dagli israeliani, per il loro rifiuto al servizio militare obbligatorio e per lo stipendio governativo che hanno coloro i quali studiano tutta la vita in una yeshiva.  

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