Sessanta giorni di loop

A cura di Antonello Luongo

Sono contento di aver iniziato questa rubrica caratterizzata dal mio cambio di abitudini per un mese. Penso sia stato qualcosa di utile, anche ai fini della quarantena stessa e del sopportare le norme imposte tra l’8 marzo ed il 4 maggio.

Cambiare ogni mese qualcosa nelle mie giornate, nel mio quotidiano, mi ha pian piano insegnato a fare a meno di determinate cose. A capire prima di tutto quali sono le cose di cui ho bisogno per sentirmi in equilibrio e successivamente quali siano le cose che mi fanno stare meglio e quelle che mi fanno stare peggio, affrontando ogni esperimento senza pregiudizio o aspettative.
Semplicemente osservando cosa succedeva dentro di me in relazione ai cambiamenti apportati.

Durante il lockdown ho deciso di interrompere queste sfide, in quanto sapevo si sarebbe trattato di un periodo atipico di per sé, di conseguenza sarebbe stato il confinamento stesso la sfida.

La sfida

La vera sfida è stata quella di affrontare la consapevolezza di non poter abbandonare casa per un numero indeterminato di giorni. Qualcosa che mi è sembrato improponibile ad una persona come me, abituata a passare almeno tutto il pomeriggio, se non intere giornate, fuori casa.

La mia routine, prima di marzo, consisteva da almeno un paio d’anni nell’uscire di casa a prendere un caffè al solito bar, per poi vivere la mia giornata fuori casa fino a farvi ritorno soltanto per cenare e mettermi a dormire.

Senza dimenticare il mio soffrire di jet-lag sociale. In poche parole andare a dormire e svegliarmi con costanza come se vivessi su un fuso orario diverso da quello in cui fisicamente mi trovavo. Nello specifico pensando ad una giornata tipo, con sveglia alle 7 del mattino ed andando a nanna alle 23, vivevo le mie giornate come se fossi a Dallas, in Texas.

Marzo

Il mio Lockdown è iniziato con una foto. Scattata nel primo posto che raggiunsi appena presa la patente, a simbolo della mia libertà di movimento conquistata, sapendo la mia libertà di lì a poco sarebbe svanita, ho deciso di riconsegnarla nello stesso luogo in cui l’avevo metaforicamente conquistata.

per i primi venti giorni ho deciso di lasciar scorrere tutto e viverlo come veniva, mi sono concentrato molto sulle arti e nello specifico sulla musica, ascoltandola, studiandola, componendola.
Una sola cosa era chiara. Stavo comunque intuitivamente cercando di ritagliarmi una (nuova routine) routine. Me ne accorgevo dal fatto che pian piano le mie giornate stessero iniziando a somigliarsi, dopo pranzo uscivo nel giardino di casa per cantare un’ora, prima di fare qualsiasi altra cosa.

Aprile

Dal 30 marzo (giorno 23) in poi ho iniziato a contare i giorni passati da quando avevo consegnato la mia libertà. Quel giorno ho deciso di prendere la macchina ed andare a visitare il centro storico della mia città, dopo aver trovato una giusta motivazione per farlo.

Ho sempre apprezzato passeggiare, nelle ore notturne, per il centro deserto. Anche in questo caso il centro era deserto, ma il fatto che fosse così alle undici del mattino non lo rendeva per niente apprezzabile. È stato un colpo al cuore viaggiare per la città deserta.

Da quel giorno ho iniziato a sentirmi in un certo senso più consapevole di me stesso.
Così mi sono deciso intenzionalmente a costruire la mia routine, consapevolmente.

Il primo passo è stato quello di ripristinare l’abitudine del caffè di inizio giornata, imparando ad utilizzare la moka come si deve. Successivamente questo mi ha aiutato a regolare pian piano i miei ritmi, fino a riuscire a sovvertire il mio tanto famoso jet-lag sociale.

Il tutto è scattato dal mio riflettere sul come stessi vivendo il periodo in corso. Per me non è mai esistita una comfort-zone ed il restare a casa così a lungo ha fatto sì che il ne riscoprissi l’esistenza, potendo ancorare ad essa tutto il resto. Eppure sono convinto che il non essermi mai agganciato ad una comfort zone abbia fatto sì che io vivessi tutto questo periodo senza risultarne eccessivamente turbato, nel senso di percepire cattive emozioni in relazione al periodo.

il 23 aprile (giorno 46) è stato un giorno abbastanza importante. Assieme RotarAct abbiamo consegnato i tablet oggetto di una raccolta fondi organizzata nei giorni precedenti, nel contesto dell’emergenza sanitaria.

Per la prima volta, dopo quasi cinquanta giorni, ho potuto bere un caffè al bar, chiacchierare con altre persone ed avere una parvenza di quella che era la quotidianità prima del lockdown.

È stato un buon momento di riflessione, per confrontarsi con altri, per capire quanto il confronto, la discussione, il parlare, faccia parte di me e sia importante per me. L’umanità intrinseca alle persone. Umanità che credo sia stata amplificata in tutti noi dal periodo appena vissuto. La voglia e la curiosità di porsi rispetto ad aspetti ed argomenti profondi, rispetto a noi stessi. Questa è una positività non da sottovalutare e spero molti di noi possano aver avuto modo di coglierla al meglio.

Conclusioni

Ho deciso di scrivere questo articolo adesso, ad agosto, per poter includere in esso anche quelle che sono state le conseguenze a lungo termine del periodo che tutti noi abbiamo vissuto. Ovviamente racconto in questa rubrica della mia prospettiva.

L’8 maggio è stato il giorno 61 dall’inizio del lockdown ed il giorno in cui ho riconquistato la mia libertà, nello stesso posto in cui l’avevo lasciata prima che tutto iniziasse. Ho deciso di incontrare un amico per fare una passeggiata insieme. Restammo a passeggiare e parlare all’incirca cinque ore. A dimostrazione dell’astinenza di “contatto” umano lasciataci dalla reclusione domestica.

Il mio rapporto con casa: la comfort zone

Non posso dire che comunque il lockdown non abbia lasciato i suoi segni su di me. Adesso esco molto meno spesso di casa e sono in grado di passare anche più di un giorno senza dover necessariamente abbandonare le mura domestiche, mentre precedentemente non avrei mai scommesso su di me se avessi dovuto trascorrere già solo ventiquattr’ore confinato in casa.

Casa mia non è più una prigione, è un luogo accogliente adesso, un luogo in cui ho trovato i miei spazi e che ho iniziato ad apprezzare e riconoscere come non ero mai riuscito a fare prima, come un nido accogliente in cui stare.

Il jet-lag sociale

Riuscendo a riscoprire una comfort-zone, sono riuscito anche ad apprezzare il peso delle abitudini. Partendo dal caffè appena svegliato, dalla sessione di canto del dopo pranzo, aggiungendo le sessioni di lettura mattutina e serale. Lavorando sulla mia routine, per forza di cose fissa, sono riuscito a stabilizzare e normalizzare gli orari in cui vado a dormire e mi sveglio. Questa, in fondo, credo sia la cosa più bella che ho ottenuto da questo periodo.

Non si scappa da noi stessi

Un’altra questione che ho apprezzato molto del confinamento è stato il fatto che ognuno di noi ha avuto modo di avere a che fare necessariamente con sé stesso. È stato interessante come questo discorso sia stato molto ricorrente tra le varie chiamate e video-chiamate fatte, è stato interessante notare come delle volte questa fosse una cosa in grado di turbare alcuni in maniera significativa. Sono stato contento di essermi dotato, in periodi precedenti, delle caratteristiche necessarie a sopportare questo tipo di ambiguità.

Le conseguenze negative

Dopo la mia visita di fine marzo nel centro storico e specialmente durante il primo mese e mezzo dopo l’inizio della fase 2 ho avuto molte difficoltà a tornare in centro. Che fosse per il caffè con un amico o per organizzare gli shooting fotografici che vedrete prossimamente, ho sempre percepito un forte disagio dovuto alla sensazione persistente del sentirsi fuori posto, come se stessi violando la legge nello stare fuori casa, una sensazione molto simile a quelle raccontate da Simone nel suo reportage.

Tutt’ora, per quanto io sia una persona altamente estroversa, trovo difficoltà a trovarmi in un conteso sociale affollato. Questo credo sia anche a causa della demonizzazione dei media riguardo alla movida e gli assembramenti. Fortunatamente si tratta solo di sensazioni che svaniscono con l’abitudine al contesto e non di una vera e propria agorafobia.

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