DO UT MES

A cura di Francesco Carbonara

Eccomi, son qui seduto a rifiatare un femto-secondo dall’incessante assenza di movimento; corporeo, più che mentale. La vetusta panchina affaccia su un vico, poche case e tanto chiuso. A volte chiasso. Che già chiesi di chiosare. Chimera. Non è repellenza alla voce: lei mi piace, è uno dei pochi superstiti collegamenti con la dimensione tangibile della quotidianità. Semplicemente non gradisco l’estremizzare: anche incudine, martello e staffa hanno un’anima, forse. Il Sole lo immagino, più che altro. Certo, i miei occhi ne possono godere un’anteprima, un appariscente ma sciapo trailer: i biglietti in prima fila nell’Iperuranio, ahimè, terminati da quasi due mesi. Impossibilitato dal reperire un perfetto sostituto, ci si accontenta di surrogati. Atarassia in scatola. Se fossi un cane, mi morderei volentieri la coda. Ma non per masochismo, blackout o esibizionismo: solo e soltanto per dare un senso cinetico al circolo vizioso in cui sono entrato, senza che alcuno mi estorcesse volontà. Nella lista delle cose di cui ho nostalgia compare lo Iodio: è buffo pensare che questa parola possa rimandare contemporaneamente ai flutti marini e una crasi dallo spiccato tono misantropo. 51 giorni ufficiali di spaesamento, di scervellamenti, di interrogativi, di pausa dal frenetico peregrinare dell’Orient Express della Vita. Giorni in cui un po’ tutti abbiamo iniziato ad accumulare crediti verso l’ipotetica Banca della Libertà. Giorni in cui tutti abbiamo avanzato tante richieste, pretese, rendendoci pure capaci di offrire qualcosa di utile, chi salvando vite, chi lavorando, e chi semplicemente contando fino allo sfinimento le piastrelle del bagno: il nostro aiuto.

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L’effusione combustibile scaturita da un abbraccio, la potenza di fuoco di un bacio, l’intesa conviviale di un saluto: anche qui, zero perfetti sostituti. Così come non ne esistono per uno stipendio/cassa integrazione/sussidio che siano, necessari a pagare le tasse, sostentare la famiglia, concedere l’opportunità di studiare, poter vivere. Un delicato gioco di trattative, da dipanarsi nel piccolo e nel Mondo.
Ognuno, a modo suo, si è dovuto reinventare, stravolgere le proprie abitudini, scoprire che è addirittura possibile sentirsi parte di un tutto, l’Italia, salvo poi essere preso a pesci in faccia da latenti campanilismi, intinti nell’invidia.
Questo virus ci ha permesso, involontariamente, di poter essere più vicini nonostante lontani, di poterci sentire più responsabili, di contare qualcosa, di ragionare. Ma perché, allora, è più facile pensare che il lockdown sia frutto di un complotto ordito dai poteri forti?
Tra 10-5-2 anni scopriremo, molto probabilmente, che si sarebbe potuto intervenire in un modo diverso, più tempestivo, più efficace, derubricando il virus stavolta, magari, dal punto di vista logistico, ad una banale influenza. O forse no.


Giuseppe Conte. Premier, giornalisticamente parlando; ufficialmente, Presidente del Consiglio dei Ministri; “ducetto”, per Giornale, Libero, Nicola Porro ed altre opinabili firme. L’avvocato del popolo che, dopo aver recitato con lode la parte del fantasma nel governo giallo-verde, quel 5 settembre 2019 tutto si sarebbe augurato, fuorché dover affrontare ex novo una pandemia. Dovendo affidarsi ad iter arduamente sburocratizzabili, ad una Sanità vessata da ciclici tagli e ad uno scarso, se non nullo, senso di responsabilità individuale a livello nazionale. E’ necessario scoperchiarlo questo vaso di Pandora: perché è semplice, stimolante, condividere e diffondere, che siano vere o false poco importa, notizie su quanto viene investito all’estero, su quanto viene erogato all’estero, su ciò che si fa all’estero. Cruda verità: l’Italia, coi suoi mille limiti, non è l’estero. Come A è diverso da B. Perché se in una nazione allentano le misure, in Italia si può pure provare a replicare la stessa azione. Ma state pur certi che la polimerasi delle buone intenzioni, incrociati i cosiddetti “geni incompresi” – chi cioè delegittima la sua intelligenza creando code ai supermercati, generando assembramenti per futili motivi, rifiutando di indossare i dispositivi di protezione – si ferma e si ritorna tutti al punto di partenza. Affare da DNA, la tendenza a trasgredire.
Conferenze dal gusto monarchico, decreti che saltano a piè pari il Parlamento, accuse di totalitarismo. Tradotto, “civilmente”: necessità di contraddittorio. Lo strumentopolo che un po’ tutti attendono ma che, come i due liocorni, nessuno ha ancora visto. O meglio. Tutti ne abbiamo potuto beneficiare, in una forma, però, assai più surrogata dell’atarassia sopra, molto sopra-citata. Rendere grazie all’opposizione che, ad oggi, non è cosa buona e giusta.


Sbraitare, rendersi paladini delle fake news, cecchini delle diffamazioni, strilloni delle proposte più inadeguate, fa male al sistema Italia. Fa male ad un Paese che si regge, ancora, per miracolo, nonostante le sue pregresse ed evidentissime lacune. Fa male perché un dialogo, costruttivo, fra parti preparate, su un substrato adeguato, potrebbe accelerare i tempi e pervenire a soluzioni più efficaci, e condivise. Fa male perché i consensi e la propaganda ingolosiscono come le Zigulì.
MES. Approvato 6 volte in 8 mesi per Salvini; rifiutato ma accettato con zero condizioni dalla maggioranza, a conclusione di un “taglia e cuci” che porterebbe l’Italia ad accaparrarsi almeno un tozzo di pane, in confronto alle preventivate e consuete briciole.
Se ci si aggiunge una S, traslandolo in inglese in MESS, tutto diventa un “casino”. Il casino che riguarda le tante categorie orfane di alcuna menzione nelle conferenze, divenute ormai un must delle sere primaverili, o addirittura ideali puntate di una soap opera.
Ad esempio il teatro, la musica, lo spettacolo, l’arte, che per definizione vivono e sopravvivono di genuini assembramenti, di condivisione di idee, di momenti, di presenza scenica, di “hic et nunc”. Un’impresa, ora, viverli e farli vivere integralmente. Un reato svalutare l’importanza della professione. Perché dev’esser vero che “ogni lavoro nobilita l’uomo”.
Un casino che si porta con sé tutti gli anelli deboli della catena, tutte le ingiustizie, tutti gli scandali, tutti i ritardi nei pagamenti, tutte le promesse non mantenute, tutto ciò che di negativo si è vissuto.
Il 4 maggio l’Italia, noi tutti, proviamo a ripartire. Alcuni, nonostante il decreto – seppur di disagevole comprensione – coadiuvato da una insipida illustrazione della ripartenza, saranno ancora convinti di poter far l’amore da Codogno in giù; di poter riprendere a tempo pieno, in buona sostanza, la vita di tutti i giorni.
Al Governo si chiedono, giustamente, risposte, misure e fatti.
Al popolo si chiede responsabilità. Per continuare a dare, in attesa di ricevere. Do ut…Mes.

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