L’EDUCAZIONE ALLO SPORT

A cura di Andrea Buscicchio

“Ci si può drogare di cose buone…e una di queste è certamente lo sport.” – sono parole di Alex Zanardi, un uomo che ha vissuto di sport e probabilmente grazie all’amore smisurato per l’automobilismo ha reagito ad un gravissimo incidente che lo ha privato delle gambe sublimandosi ancora una volta nello sport, questa volta paralimpico. 

 

 

L’aforisma di Zanardi è un monito per i giovani e per le famiglie di oggi, perché fare sport non solo fa bene alla salute, come predicano ripetutamente genitori e nonni, ma è uno stile di vita. Praticare uno sport, singolo o di squadra, significa rispettare delle regole, scontrarsi con avversari, superare i problemi prendendoli di petto, senza l’uso di scorciatoie. Sport significa educazione, quella che spesso ci lamentiamo manchi nelle generazioni moderne. È per questo che a muovere i fili devono essere per primi i genitori. Intendiamoci, crescere un figlio è quanto di più difficile si possa immaginare, ma perché invece di “mandare” i figli a calcio, tennis, basket non li accompagniamo? Un’ora di sport non è un’ora di divertimento in ludoteca o per lo meno non è solo questo. Non è solo hobby, è crescere sani e civili, pronti ad affrontare il mondo a testa alta. 

In una realtà in cui sta pian piano scomparendo la cultura della piazza come luogo d’incontro, dove ci si ritrovava con i propri amici dando spazio al divertimento ed allo svago, l’ora di sport risulta essere l’unica alternativa al computer oppure, considerati i tempi, dovremmo dire al tablet ed all’i-phone. Una valida alternativa che costringe il fanciullo ad  impegnarsi, un verbo che sembra esser scomparso dal vocabolario dei giorni nostri. Lo sport è anche e soprattutto impegno. “L’importante é partecipare” non significa giocare senza una precisa finalità, bensì rispettare l’avversario prima, durante e dopo la partita. Non esistono strade secondarie per raggiungere i risultati, esiste solo la strada dell’impegno e della tenacia. Quello che a scuola può essere il “copiare dal compagno di banco” nello sport non esiste ed uscire da una situazione di difficoltà su di un campo da basket, tennis o qualsiasi altro sport significa imparare a reagire nel quotidiano. Questa generazione e soprattutto quella futura,  immaginiamo sempre più condizionata dall’influenza dei social networks, possono ancora salvarsi dal disimpegno, dall’indifferenza, dalla narcolessia, dalla vacuità di esistenze sempre più virtuali e meno reali e lo sport è in tal senso la medicina più efficace.

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