La May sopravvive: ora lotta contro il «No Deal»

A cura di  Marco Di Geronimo

La Camera dei comuni non ha sfiduciato Theresa May. Come gli osservatori si aspettavano, i deputati conservatori sono rimasti compatti e hanno impedito al Governo britannico di cadere. Sfuma l’ipotesi di una crisi politica più grave: adesso il gioco si sposta sulla diplomazia. Perché il tempo è davvero agli sgoccioli.

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Il Palazzo di Westminster ha respinto la mozione di sfiducia con 325 voti contrati e 306 voti a favore. Non passa l’istanza presentata da Jeremy Corbyn, Segretario del Partito laburista e Leader dell’opposizione. «Sono lieta che la Camera dei Comuni abbia espresso la fiducia a questo Governo» ha dichiarato l’inquilina di Downing Street. «Continueremo a svolgere la nostra azione perché vogliamo tenere fede alla promessa fatta».

Da settimane ormai la comandante in capo del Partito conservatore deve affrontare un’aula sempre più rumoreggiante contro di lei. Ciononostante riesce sempre a rimanere in piedi. Quest’ultimo voto di fiducia poteva farla saltare: ma il suo Partito non se l’è sentita di innescare una crisi di governo al buio. E per evitarlo, l’ha mantenuta in sella.

La May ne ha subito approfittato per rovesciare la responsabilità sul Parlamento. Se la Camera ha infatti «confermato la fiducia al Governo», allora in parallelo bisogna portare avanti fino in fondo la Brexit. Così che «il Paese confermi la sua fiducia nel Parlamento». Chiarissimo l’attacco della Prima ministra ai propri avversari interni. Il tentativo mediatico è spostare l’attenzione dalla sua debolezza alla fragilità del Partito, causata dalle correnti dissidenti coalizzatesi con l’opposizione.

«Qualunque altro Primo ministro si sarebbe già dimesso» tuonava Jeremy Corbyn dall’altro lato dell’aula. Il leader laburista aveva bisogno della sfiducia per innescare le elezioni anticipate. Sei settimane di preavviso comprendo 42 giorni: ne sarebbe avanzata una trentina prima di arrivare al 29 marzo. Adesso contendere la guida del Paese diventa molto più difficile per il Labour.

Non per questo l’opposizione smorza i toni o rinuncia a condurre le proprie battaglie. «Prima che possano esserci discussioni positive, il Governo deve rimuovere la prospettiva della catastrofe: l’uscita senza accordo». Lo spettro del no deal adesso si fa sempre più minaccioso. Benché gran parte del Paese non abbia alcuna intenzione di affrontarlo.

È per questo che riprende vigore la carta della proroga del termine finale. La stessa premier si è rifiutata di escluderlo, benché fosse una opzione che non avrebbe voluto percorrere. D’altro canto da Bruxelles si sono levate voci chiarissime: «Non c’è più tempo» ha dichiarato il Ministro degli esteri tedesco, Heiko Maas. Gli altri 27 Stati della UE potrebbero concedere altro ossigeno al Tamigi solo se prendesse in considerazione la possibilità di rimanere nel mercato unico.

Ma questa è la proposta di Jeremy Corbyn: un accordo Norway Plus (Norvegia Più), cioè in buona sostanza una soft Brexit che garantisca al Regno Unito una posizione ancora più avanzata della Norvegia nei rapporti con l’Unione europea. Detto con parole più chiare: ancora vincolato da diverse regole (e ancora beneficiario di diversi vantaggi), ma fuori dalla stanza dei bottoni.

Cosa accadrà nei prossimi giorni è difficile a dirsi. Enrico Mentana riporta che alla May restano sostanzialmente cinque giorni (deadline il 21 gennaio) per negoziare un nuovo accordo, da far votare entro il 30 gennaio al Parlamento.

Dopodiché, da più parti si ricorda che difficilmente Bruxelles dimostrerà aperture senza toccare con mano Piani B presentati dal Governo britannico. E quindi? Secondo alcuni riprende quota la prospettiva di un secondo referendum, per garantirsi l’estensione dell’articolo 50 (e magari legittimare un ritiro dell’uscita). Ma non è chiaro su cosa si dovrebbe votare. Ancora sulla permanenza, o sull’accordo? E quante opzioni dovrebbero starci sulla scheda? Mistero (per ora).

Ma anche la proroga dell’articolo 50 crea problemi. Perché se l’Inghilterra fosse Stato membro dell’Unione europea a maggio, dovrebbe partecipare alle elezioni europee. Josep Borrel, Ministro degli esteri spagnolo, ha già detto no a questa opzione. L’obiettivo è scongiurare che il Regno Unito elegga propri rappresentanti a Strasburgo, decisivi negli equilibri che comporranno la prossima Commissione europea, per poi fare le valigie. E finora è impossibile trovare una soluzione giuridicamente valida. Tra l’altro, se lo UK parteciperà a queste elezioni, il voto di maggio diventerebbe subito un test politico incandescente per il Governo. Nonché una ghiottissima occasione per Corbyn. Ma pure l’opportunità di svolgere, in contemporanea, l’eventuale secondo referendum.

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